Giochi d'Anghingò

L'ampia sala Valéry, qualche giorno fa, ci ha raccontato di un San Valentino del 1900, una storia fatta di luce accecante e d'oscurità insondabile, di sorrisi chiassosi e urla strazianti, giochi d'amore e passione primordiali, infine, chissà, di morte... Dall'omonimo romanzo della connazionale Joan Lindsay, il regista australiano Peter Weir girò nel 1975 "Picnic ad Hanging Rock", riuscendo nel difficile compito di sospendere l'intreccio a mezz'aria, allentando con sapienza le comuni percezioni. 

Legno griffato Sorrentino

Fandango y Indigo fanno comunella per il cinema "d'un cevto livello". Paolo Sorrentino, poi, è gallina d'oro, tutta da mungere (?), facendole ascoltare musica electro-dance (del Wisconsin?); in fondo al Tunnel del divertimento, può sparire in alticumuli di cinema Nouvelle Vogue. Non è facile scriver male su "Le conseguenze dell'amore", del 2004, mi ci proverò, appellandomi al contagio di pelle, quando è cosa che par dolce, ma vien da presso il grattar di pulce.

Ne resterà nessuno (o quasi)

Somalia 1992. "Solo i morti hanno visto la fine della guerra", Platone. Parole sante; e maledette. Così inizia "Black Hawk down", film diretto da Ridley Scott nel 2001; provando inutilmente ad innalzarsi oltre la linea della retorica più bassa. E invece siamo ancora lì, nell'autunno del '93, a raccontare di violenti ed invasori, di ipocriti e criminali, di film che, proprio come le armi, non porteranno a nulla.

Stalin col tutù

Due parole con un collega, lo sapete, possono dar luce a qualunque proiezione. Due giorni fa, in sala Valéry, è stata la volta di "Sole ingannatore" che acceca, stordisce, vivifica e brucia, poiché tradisce. Pellicola scritta e diretta nel 1994 dal moscovita Nikita Mikhalkov, è un melò sociale in cui si mostra come la politica travolga i sentimenti, quindi le vite, dei governati. 

Fidati: il gelato è ok

Parliamo un po' del film visto ieri sera in piazzetta San Luca. Sì, gran proiezione nel cuore dei caruggi imbastita da quelli della "Pellicceria", con gente di tutti i colori ed umori pronta a sedersi, fare bordello, vedere un po' che roba è...I ragazzi hanno cambiato programma all'ultimo, poco di male poiché, anche se lo vidi una quindicina d'anni fa (VHS "I cult di Ciak"), "Distretto 13 - Le brigate della morte" di John Carpenter (1976) rimane un action movie di gran intrattenimento, dall'intreccio piuttosto semplice, ma rafforzato dal taglio audace e schietto.

Altri fuori per altri dentro

Due sere or sono, sempre in sala Valéry, ho portato a termine l'affascinante viaggio lungo il crinale psicomagico di Alejandro Jodorowsky, proposto dalla ditta "Fra & Mino". A colui che non si definirebbe "né mistico, solo perché tocco temi che altri schivano, né artista", il regista francese Louis Mouchet, nel 1994, dedicò un documentario che parte in sordina, didascalicamente, per poi esplodere negli infiniti possibili dell'esploratore cileno. "La costellazione Jodorowsky".

"L'inferno è buio..."

Bene, ieri sera al Corallo ho recuperato uno dei film persi lungo la passata stagione cinematografica: "Macbeth" (2015) diretto dall'australiano Justin Kurzel, classe 1977. Agosto si presta ai recuperi, poi un commento vocale positivo del Prof. Sini rende l'occasione ancor più stimolante. Questa nuova trasposizione, sfruttando i nuovi mezzi, risulta visivamente potente, come ogni testo del sommo sceneggiatore Guglielmo, ma lascia poche tracce del proprio carattere.

Avanplastica

Serata corta d'avanguardia, o d'avanguardia corta, o di corti d'avanguardia, quella trascorsa ieri ai "Giardini di Plastica" ("Baltimora" per i sognatori). La solita composita crew Griffith, Bellamy, Intolerance (e chi più ne), ha organizzato una proiezione musicata dal vivo (alla grande) per suggerire spazi nuovi per sperimentazioni vecchie. Al "Cresta" (creatività stanziale) edizione 2016, "Anémic Cinéma" prende spunto da Marcel Duchamp e Man Ray (1926) per spiralare attorno alla poetica, provocatoria e ben ritmata, di un'arte visiva scalpitante.

Il platform dei ricordi

Tornata la sala Valéry, non certo per un filmone. Ma per una pellicola così, estiva, dall'intreccio intrigante e dai dialoghi, sia pure!, da strapazzo. Che problema c'è? Nessuno, mon chére Michel Gondry, il tuo film dai capitali statunitensi, grazie anche a quell'originale del Kaufman, può rallegrare tutti i divani, i plaid e i gelati di tutto il mondo: chi non è in grado di setacciare il buono dal cattivo nell'originale e romantico "Se mi lasci ti cancello" (2004)?

L'ultimo dolore

Il percorso psicomagico, di Alejandro Jodorowsky raggiunse, nel 1973, la sua vetta, proprio lassù: "La montagna sacra" parte come eresia surrealista, poi construens sino a raggiungere la piena libertà interiore, frutto di tutti i sentieri spirituali tracciati, conclusione di quello che, in ultima analisi, non è che un gioco.

E' proprio lui

Ieri sera sono ritornato nella bella sala allestita dai ragazzi della "Pellicceria Occupata". In programma è l'ultimo film della mini rassegna "Folk horror" ("Oltre il velo di maya, la mostruosità divina della natura"): "La pelle di satana" è un film inglese del 1971, diretto da Piers Haggard; in esso gli autori paiono aver inseguito, più che originalità o effetto a sorpresa, il rigoroso rispetto di tutti i canoni del genere.

Ha visto un drago

Ieri sera, al Corallo, l'ultimo iraniano della minirassegna "Nuovo Cinema Teheran". Un film che non t'aspetti, un film che se venisse dagli U.S.A. non andrei a vedere, un film che scalpita per uno stile proprio, tra montaggio, fotografia e sonoro che sembrano rivendicare una propria identità; ritrovandosi, purtroppo, nelle vesti di fake hollywoodiano che brancola nel buio. Caro Mani Haghighi, hai 47 anni, suppongo che anche tu abbia capito quale pastrocchio sia poi diventato "A dragon arrives!", il film che hai presentato all'ultima Berlinale...

Terra dagli occhi tristi

Proseguendo lungo il percorso del "Nuovo Cinema Teheran", domenica scorsa ho fatto tappa presso "Nahid", pellicola d'esordio della regista iraniana, classe 1980, Ida Panahandeh. Si tratta della storia di miseria e d'amore della bella e tenace Nahid, disperatamente braccata da leggi e regole non scritte assurde, ma sempre pronta a procedere, a qualunque costo.

Balla, Vlad occhi dolci

Come promesso, eccomi al secondo appuntamento col "Nuovo Cinema Teheran". Ieri è stata la volta di "A girl walks home alone at night" (2014). Diretto dalla statunitense Ana Lily Amirpour (nata a Londra nel 1980 e di origini iraniane), è un horror in b/n elegante e flemmatico (doveroso narrando d'un discendente del Conte Vlad), con sound e atmosfere da western al nero di seppia: smorzata la cupezza, esaltata l'ironia.

Alzarsi da soli

Nel tardo pomeriggio di ieri sera sono riuscito a vedere, prima che sparisse, il primo di quattro film del ciclo "Nuovo Cinema Teheran". Nella "FilmClub" del Sivori è stato proiettato "Un mercoledì di maggio", pellicola del 2015, scritta, diretta e interpretata da Vahid Jalilvand. Esordio alla regia promettente, dove una realizzazione che vuole essere soprattutto veritiera ed efficace, come molto buon cinema iraniano ci ha abituato, si accompagna ad un impianto che genera anche riflessioni altre.

Alter Western Jodo

Ieri pomeriggio, appena raggiunta la sala Valéry, mi sono fiondato su "El topo" ("La talpa"), ultra, anti e antani western del 1970, firmato da Alejandro Jodorowsky. Ma prima di scriverne le mie quattro solite minchiate, sarà doveroso sprecare qualche bit anche per il suo primo lavoro, "La cravate" ("La cravatta"), cortometraggio del 1957, con cui lo Jodo ventottenne giocò per la prima volta.

Vita in Videosinfonia

Il doppio DVD, di cui ho già scritto, contenente alcuni dei lavori più noti del regista polacco Zbigniew Rybczyński, terminava la rassegna con il lungometraggio "L'orchestra" (1990, 57'). In esso Zbig ripropone molti trucchi del suo cinema elettronico; effetti visivi che sono frutto di studi e ricerche che fan male alle notti, completando il tutto attraverso una lunga, gioiosa e sofferente, marcia verso un domani.

E bravo Zbig

A volte basta far bere un amico. Questo se ne va col sorriso e torna, poco dopo, per consegnarci un doppio-DVD che teneva a casa. E' così che mi sono imbattuto in Zbigniew Rybczyński, polacco classe 1949, regista elettronico che catapulta in una dimensione video dove la fisica insegue docile l'estetica dell'immagine; in corti, medio e lungometraggi dove la realtà si piega per raccontarvi altre danze, marce e poesie. Altre ironie.