"La fottuta impermanenza"

Dopo aver visto il trailer svariate volte, andare al cinema per "The party" (2017), l'ultimo film della londinese Sally Potter, è stimolante per capire se le promesse, invero niente di esorbitante per un cinefilo minimamente maturo, sono state mantenute o se la consueta foga promozionale abbia nuovamente preso la mano ai suoi autori, portandoli semplicemente a travisare per l'avvilente dollaro in più. Perché, vista l'anteprima, è chiaro a quale tipo di film si assisterà e su quali meccanismi poggerà. Proprio per questo, la materia in mano alla Potter si fa bollente da maneggiare. Vediamo un po'...

Spacco tutto, spacco niente

Rivoluzionario uhhh, sconvolgente ahhh! Tranzilli, negli effetti nessun abbindolamento. Già Juri, Marigrade ed infine Mino mi misero in guardia riguardo ai...guardiacaccia, ehm, a proposito dei promotori di promozioni...sì insomma, "Tre manifesti a Ebbing, Missouri", lungi dall'essere un film innovativo ed apprezzabile, si rivela il più scontato e superficiale dei film politicamente corretti. Questa perla è stata realizzata nel 2017 dal londinese Martin McDonagh.

L'amore è un rimpianto

Japan, again Japan. Recupero di una proposta persa. Ed ecco che  in sala Valéry sono passati i "vagabondi legati", uniti dalla corda rosso di dolore che, nel 2002, intesse per loro Takeshi Kitano. "Dolls" è un'oscillazione del regista giapponese tra gli intensi, creativi e un po' kitsch colori dei cuori infranti. Tranquilli, c'è uno Jakuza anche qui, perché ogni tipo di successo lascia per strada i trofei più preziosi.

Prigionieri di una pazzia

L'ultimo passaggio in terra nipponica offerto da quelli dell'"Altrove", lunedì scorso, è stato in realtà un'allucinante trappola del deserto: tutti noi braccati tra muri di sabbia da cui la fuga è impossibile, a meno di un'autentica ristrutturazione di sé. "La donna di sabbia", del 1964, è stato diretto da Hiroshi Teshigahara (1927-2001) e racconta di questa gabbia non così differente dalle nostre prigioni quotidiane, prive di appigli e basi da cui risalire.

Presta l'orecchio

I ragazzi dell'"Altrove", dopo aver gironzolato tra Hokkaidō e Kyūshū appresso l'irriverenza di Takeshi Beat, non se la sono sentita di rientrare all'ovile prima di fare due saluti ad altrettanti maestri del cinema nipponico che fu. Ieri sera, il primo è stato ad Akira Kurosawa che, nel 1963, traspose in un grande giallo cinematografico il romanzo breve "Due colpi in uno", scritto quattro anni prima dello statunitense Ed McBain (1926-2005). "Anatomia di un rapimento" ha trama solida, interpreti appassionati, musiche curate e regia efficace quanto spigliata, risultando un film tremendamente avvincente.

Tempo di reagire

La settimana scorsa, avendo avuto la possibilità di un'ulteriore chiacchiera con Jean Vigo, sono sgattaiolato al "Sivori" dove, restaurato, è stato riproposto "Zero in condotta". Mediometraggio (50' circa) scritto e diretto da Jean Vigo nel 1933, è il terzo lavoro della sua brevissima filmografia. Piccola grande rivolta di monelli, creature libere, loro, non ancora del tutto ammansite, proveranno a mostrare agli adulti come fare.

Ah me recuerdo...Tetas Y poemas

Si prevede un film, ne sboccia un altro. Ieri sera stavo per dirigermi, ancora una volta, in Giappone, ma son finito in Cile. Sarei dovuto essere solo, tac, fiocca Marigrade. Uscito nelle sale due anni dopo la realizzazione, "Poesia senza fine" (2016) è il secondo capitolo dell'intimo racconto biografico del regista Alejandro Jodorowsky. Dopo l'infanzia, narrata ormai cinque anni fa, ora è la fase dei conflitti e delle scoperte adolescenziali, osservati con la lente magica del ricordo, dolce e salvifico strumento con cui rivivere ed eventualmente riformulare pensieri e gesti del proprio trascorso.

Tetta tra chiodo e canino

Domenica scorsa, sole sparso sul porticciolo di Nervi, tra il verde dei due pini: quello marittimo sulla punta, ad est, e quello della pergola "di pesce", a ponente. Impossibile chiudersi in una sala cinematografica, seppur amica. Elena ed io, pertanto, facciamo conoscenza con Jesús Franco solo al secondo incontro organizzato dagli "altroviani". Giusto in tempo per imbatterci nella personale concezione di cinema horror del regista spagnolo: "Dracula contro Frankenstein", del 1972, spaventa anche per la gioiosa ingenuità con cui si chiede allo spettatore di stare al gioco.

Non mollare Asao...la farai!

Un Kitano alla settimana e la Settima richiama. Sì, nel senso che, se una pellicola di Takeshi Kitano può riconciliare col cinema anni '90 (non certo la Golden Age cinematografica), può farlo con quasi tutta la produzione in pellicola. A proposito di celluloide, lunedì scorso è stata la volta della bobina con sopra scritto "みんな  やってるか!"...film scrittodirettomontato nel 1994 dal regista tokyota classe '47 (compleanno settimana scorsa, auguri a lui). Una sorta di divertissmhayko! in odor di demens (nel senso latino), che fa ridere e leggere, qui e là, come in una parodia che sia tale, una bonaria critica alla società del consumo (machismo e lusso). Ah, scusate, s'intitola "Getting Any?" (i sottotitoli suggeriscono "Lo fanno tutti?").

Gli ormeggi dell'amore

Giovedì scorso, presso il "Sivori", è stata la volta di una tedesca, uno svizzero ed un francese difficili da dimenticare. Non una lisa barzelletta, ma la celebre armonia impressa su pellicola da Jean Vigo, il regista francese che, nel 1934, diresse "L'Atalante", fuga d'amore e dall'amore (con ritorno), lasciando un segno ed un sogno sul cinema successivo. A soli 29 anni; tutto con un film, che ha lasciato Elena e me stupefatti.

Il Ghigno dello Yakuza

Accomodato nella fredda in celsius, ma calda in celluloide, saletta cinematografica dell'"Altrove", in questi giorni c'è Takeshi Kitano. Grazie all'invito dei ragazzi del Laboratorio Probabile Bellamy, lunedì scorso, il regista giapponese del crimine beffardo s'è presentato con la bobina di "Sonatine". Presentato a Cannes 1993 è il film che esportò ufficialmente Kitano per le sale del mondo. Amante di Takeshi Beat, il Cinerofum potrebbe ghignare dinanzi a qualsiasi violenza, se marcata a fuoco nel piombo dalla poetica del regista.

Lusso e lavoro bovini

Sul Cinerofum è nota la fiducia incondizionata nei giudizi filmici di Marigrade. Difatti: sempre pronti ai pellegrinaggi verso le destinazioni indicate. Altresì siamo reattivi e sinceri nel fornire i nostri umili commenti. Veniamo quindi all'ultimo consiglio: "Corpo ed anima", pellicola ungherese scritta e diretta da Ildikó Enyedi (Budapest, 1955) e vincitrice dell'Orso d'Oro 2017. *Toccante racconto di animi delicati tra corpi già morti o in prossimità del macello...

Complessità alla terza

Storie da Cinerofum. Due giorni fa Ele ha improvvisamente deciso di organizzare una piccola rivolta in sala Valéry: stop remore, basta rispetto! Due tizi di là...e chi se ne frega! Guardiamoci un film! Non ero mica pronto. Così è stato per puro caso che ci siamo imbattuti in John Schlesinger (1926-2003), regista e attore londinese che nel 1971, con "Domenica, maledetta domenica", raccontò realisticamente e con dolcezza un triangolo passionale complicato.

Versi di caruggi

Sul finire dell'anno (già, siamo ai recuperi del 2017), più precisamente la sera del 5 dicembre, trascorsa in parte con la famiglia Baracchino quasi al completo, siamo riusciti a intruppare Elena, Baraka e il sottoscritto direzione "Cappuccini". L'appuntamento è con "Bob" (2016), documentario biografico del genovese Fabio Giovinazzo dedicato a Roberto Quadrelli, cantante dell'underground sub-Lanterna anni '90 (uomo di fronte dei mitici "Sensasciou" col loro "trallamuffin"), braccato da un male tosto in vista del 2000, ma sfrontato come una volta dinanzi alle ipocrisie...tutte, sociali artistiche esistenziali.

Radio Polonia Libera

Quest'inizio di anno è stato all'insegna del cinema polacco, non c'è che dire. La settimana scorsa, dopo un film, bellissimo, scritto e diretto da Krzysztof Kieślowski, ne è seguito immantinente un altro (altrettanto valido, per me). "Destino cieco", del 1981, è un film sull'inesorabilità delle odierne e costrette esistenze, cui "Il caso" del titolo originale spesso fornisce l'alibi di un disastro, ma che qualcos'altro rende ancora più subdolo e dispotico: il controllo e la repressione sociali.

Sguardo di vetro al cuore

Un cofanetto verde "Ritratti - Krzysztof Kieślowski - Inediti", fornito da Marigrade fonte inesauribile, ha permesso alla sala Valéry di cominciare l'anno in nome del cinema d'autore. Nonché di ritrovarsi a chiacchierare col regista polacco così attento all'"inquietudine morale" che attanagliava il suo paese alla fine degli anni '70. Assieme a Wajda, tra gli altri, ben determinato a sondare gli effetti dell'ormai ramificata e morbosa socialdemocrazia, nel 1979 realizzò, prima di tutto una dichiarazione d'amore per il mezzo cinematografico, medium magico e prezioso, rivelatore (più ancora che rappresentante!) dei nostri invisibili moti; inoltre compose un toccante affresco di individui mai liberi, sempre braccati: "Il cineamatore" (t.o. "Amator": in quei luoghi, quando dicono amo, intendono il cinema...).

Lavoro e progresso...

Con lo scoccar dell'anno la sala Negri è tornata. Pur nel gelo di lassù, dove il vento sibila tra le palpebre delle verdi persiane, è stato magico impugnare la VHS 180, con su l'etichetta "L'uomo di marmo" - Andrzej Wajda (1977), e infoderarla nel fedele marchingegno. Poi il volume al massimo a recuperar le parole, il catodico che rilascia colori originali, tutti suoi...un polacco in videocassetta nella sala Negri, dicevo, non ha prezzo. Ancora una volta, come nel seguito "Di Ferro, il regista di Suwałki sfoggia la sua maestria nel "manipolare" il passato, in senso buono, come chi conosce la materia del ricordo (nazionale) e prova a renderla "senza orpelli": fine ambizioso quello di un "film onesto su quegli anni", soprattutto nel pantano delle socialdemocrazie, ancora vive nel '77.

Tempeste raccolte

Ieri pomeriggio (era il 26.12)...boh. Si era in casa, gelo pioggia. Vado al cinema a vedere l'unico film "presentabile" nelle sale italiane, un libanese. Un invito a Marigrade e, nella Sala 2 dell'"Ariston" si è, appunto, in 2. Non in totale poiché, in verità, di gente ce n'è. "L'insulto", scritto e diretto da Ziad Doueiri (Beirut, 1963), è un film a sfondo sociale ambientato in una delle aree più segnate dall'odio etnico e religioso (in realtà autentico odio economico, foraggiato da interessi di stato, prima, e multinazionali, poi). Da un fatterello (un tubo!), ad un sadico processo di "interesse nazionale", ecco a quale progresso sono giunte le nostre gloriose civiltà.