Furore

Seratona XXXVIII:
Ieri in sala Uander la vera grande novità è stata l'ordine di arrivo, con un Albert Monzy primissimo, con 5 minuti di anticipo sull'ora di partenza: vai Albert!
Poi: Albert d'Aporty, Tigre e Doris. Grande pubblico che attende in sala lui: John "Jack" Ford, col suo "Furore", del 1940, con Henry Fonda.
Il soggetto del libro è l'omonimo romanzo di John Steimbeck. Straordinario. Leggetelo.
Questa volta l'organizzazione regge: il film c'è, con audio buono. 
E ce n'è bisogno: sia perché, da un po' di tempo, il lavaggio-frastuono di via Lippi incrocio via Donatello è diventato una costante della fascia oraria 21-23, portandomi a credere che il detto incrocio sia il più lucido e splendente di tutto il Vecchio Continente; sia perché il film richiede che non vada smarrito alcuno stimolo ai due nostri sensi preferiti (il martedì sera), un esempio? Provate a pensare cosa sarebbe la scena in cui i cingoli delle ruspe e dei trattori si sovrappongono in continue dissolvenze, senza il sonoro in cui la ferraglia ce la fa percepire tutta quella pressione, quel blocco di ferro pesante che distrugge, trita e sgombra.
La famiglia Joad, con la sorpresa del ritorno di Tom dopo 4 anni, è al gran completo, nonostante il nonno, proprio all'ultimo, decida di fare i capricci...e quella che un po' è fuga, un po' è partenza, un po' è ricerca, comincia.
Impossbile chiedere al regista americano di impellicolare tutte le emozioni e le immagini che il libro, scritto l'anno precedente, consegnò all'umanità.
Ciò nonostante, avendo sulle spalle una settantina di film (soprattutto western) di buon livello ed apprezzati, il regista dell'Oregon ci prova e quasi ci riesce. Quel "quasi" assume i caratteri del trionfo se si pensa alla qualità del romanzo originale.
I luoghi in cui visse il regista (la cui famiglia fu di origini irlandesi) possono aiutare a capire quale fosse il suo stato d'animo nel raccontare la lunga traversata della "Route 66". Dall'Oklahoma alla California, per più di 3000 Km, appena una decina di anni prima, migliaia di persone si riversarono su quella lingua d'asfalto con materassi e ricordi tascabili, con la speranza negli occhi e le radici strappate. Senza sapere, poveri illusi, quale sia la vera natura dell'uomo, quanto sangue ci sia sotto la polvere della loro terra ormai arida, quanto sangue ancora colerà dalle bandiere a stelle e strisce, in ogni luogo del pianeta.
Ci daranno la facciata i Joad.
Ma un Tom ci sarà sempre. In ogni luogo.
Il finale del film è diverso da quello narrato dal libro, che è molto più disilluso. Chissà se Ford, girando il film ai giorni nostri, avrebbe accettato la modifica imposta dalla produzione.
Guardatelo, perché un bianco e nero così, un Herny Fonda che si staglia sulla cornice di quella collina, davanti al quale persino l'orizzonte si scosta e lascia passare, marcano il segno. E perché ricordare che non c'è nazione che non sia nata sul sangue dei propri fondatori e di chi ci stava prima (su questo tema, oltre all'ottimo "Gangs of New York" di Scorsese, vorrei scoprire con voi "La nascita di una nazione", 1915, di David Wark Griffith; nonchè qualsiasi film che parli degli indiani d'america con coscienza e sincerità) è condizione sine qua non un uomo, soprattutto oggi, possa definirsi vivo.
ciaps
(depa)

1 commento:

  1. Bruce Springsteen (song My Best Was Never Good Enough):

    If you don't have something nice to say
    The tough now they get going when the going gets tough.'

    Mi ha detto' Ora non dico niente '
    Se non hai qualcosa di bello da dire
    Il difficile ora andare avanti quando il gioco si fa duro. '

    A titolo informativo The Ghost of Tom Joad, uscito nel 1995 è il secondo album acustico del Boss ed è interamente un omaggio alla scrittura di John Steinbeck in The Grapes of Wrath.

    RispondiElimina