Il gabinetto del Dottor Caligari

Recensione LX:
Per il 60° appuntamento il nostro Cinerofum si è voltato indietro, è andato a ravanare tra le prime orme lasciate dall'arte "Numero 7" che tanto gli piace. E, lente d'ingrandimento alla mano, scorto un piccolo dettaglio, gli è toccato alzare lo sguardo, centimetro dopo centimetro, per scoprire così, che, di fronte a sé, si stagliava un gigante, sino ad ora a lui sconosciuto: Robert Wiene (1873-1938), è suo "Il gabinetto del dottor Caligari", del 1920.
In sala Uander, i soliti quattro si sono gustati questo purissimo nettare di espressionismo tedesco. Bello vedere da dove vengano le case sbilenche, le finestre storte e le linee diagonali che abbiamo visto qua e là, lungo il nostro percorso cinematografico. Ispirazione per molti, film in studio con la scenografia come stato d'animo dei personaggi. 
Prima opera del regista polacco (Breslavia ai tempi era in Germania?), gli sia capitata tra le mani dopo un diniego da parte del più accreditato F. Lang, è poco rilevante; che la cornice del nucleo centrale sia stata accolta a testa china da parte del regista, su pressione del produttore, e contro la volontà degli "ideatori" del film, anche. Il "buon" Wiene ha lasciato la sua firma agli inizi di questa lunga storia di immagini e suoni in movimento; inoltre credo che il messaggio voluto dagli scrittori (ammesso che fosse così chiaro nella loro testa), un punto esclamativo sui pericoli che si celavano dietro ad una politica prussiana aggressiva che annullava le individualità, sia arrivato comunque. Chiaramente la scelta del finale, in cui tutto viene collocato in ambito "follia umana", annacqua un po' il grido d'accusa, ma è anche vero che dona forza al senso di smarrimento nello spettatore, il quale rimane con un punto interrogativo sulla testa, e con qualche paura in più. Quindi se lo scopo degli autori (Hans Janowitz, Carl Mayer) era di attaccare, qualcosa è arrivato, si erano dimenticati di spaventare e, volente o nolente, ci ha pensato Wiene (ok, il produttore, questo Pommer).
Spiccano l'originalità di alcune scelte stilistiche, come i colori (ottenuti mediante filtri?) che variano in base alle scene; le stesse didascalie (ah sì, è un muto; era ovvio, no?) non sfigurerebbero su moderni cartelloni pubblicitari; l'atmosfera cupa e paranoica è mantenuta dall'inizio alla fine del film, senza l'uso di sangue, esplosioni e artifizi hollywoodiani; il finale è precursore di tanti altri presenti nelle nostre sale odierne, fantastico (a me è venuto in mente "Il sesto senso", con il finale che "cambia tutto"...come anche "I soliti sospetti").
Ci vogliono occhi diversi dai nostri per guardare un film "espressionista", però facciamoci l'abitudine, perché ne vale la pena.
(depa)

3 commenti:

  1. Caro Depa ti sei dimenticato una cosa importantissima.
    Il primo pensiero che balena nella testa del sonnambulo, al suo risveglio dopo VENTITREANNI di sonno profondo, è......... (dillo tu)

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  2. Ah, giusto, grazie Taigher per avermi fatto quest'assist. Mi sembra evidente che Cesar, appena uscito dalla sua bella scatolona di legno, avesse soltanto un chiodo fisso piantato nella nuca (è dietro, non si vede; anni dopo qualcuno si accorse che sarebbe stata profondamente più cinematografica la scelta di mostrarlo ficcato da tempia a tempia...), e cioè:
    "Belìn! Ma alua? Sta stelletta l'abbiam presa o no?!?!"
    Tutti sappiamo la dolorosa risposta (per lui).

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  3. “L’affermazione del cinema espressionista è generalmente correlato al successo de “Il gabinetto del dottor Caligari”… -che- costituisce una radicale trasformazione del modo di pensare il cinema e presenta una sintesi nuova tra immaginario e stile della messa in scena” (“Introduzione alla storia del cinema” – Paolo Bertetto).
    Ieri sera mi sono avvicinato a questa pellicola con tanta curiosità e un po’ di sacrosanto “timore reverenziale”.
    Dopo una decina di minuti di pellicola mi sono emozionato un po’ come la prima volta che ho visto, per esempio, il Colosseo, i quadri di Van Gogh o, più recentemente, la Porta di Brandeburgo. D'altronde, io ho sempre creduto che non bisogna essere per forza degli intenditori per emozionarsi di fronte ad opere d’arte del genere, ma solo degli esseri umani sensibili e appassionati. Capirle e interpretarle al meglio, ovviamente, è tutto un altro paio di maniche, quindi mi limiterò a descrivere le sensazioni che ho provato.
    I colori che variavano a seconda delle scene (non casualmente) e la città fatta di case storte e pendenti, con porte triangolari, mi hanno dato l’impressione di vivere un sogno, ma da sveglio e guardando uno schermo.
    Le didascalie mi hanno trasmesso l’emozione che stava provando il personaggio titolare della frase, attraverso disegni “scarabocchiati” ed una calligrafia “tutta strana” (altro che “smile”!?!).
    L’immagine che si apre e si chiude come un occhio ad ogni inizio e fine sequenza, tenendo per un attimo una piccola fessura ancora aperta sul particolare e/o il personaggio fondamentale di essa, ha aumentato la mia sensazione di sogno (incubo).
    La grande e fondamentale espressività degli attori è parecchio inquietante e il trucco pesante che essi avevano l’accentua ulteriormente.
    Il finale ha stravolto tutte le idee che mi ero fatto dei vari personaggi in un flash! Sconvolgente, anche perché l’ultima inquadratura del film, un primo piano del Dottor Caligari, rimette immediatamente tutto in discussione, dando adito a qualche dubbio sulla veridicità del finale stesso… Così facendo, Weine ha posto lo spettatore di fronte al solito dubbio sulla relatività della follia tra individuo e società, ma “solito” lo dico io nel 2013 e che ho visto, prima di questo, un bel po’ di film, ma in realtà “Come rappresentazione della difficoltà a percepire la verità e della varietà irriducibile dei punti di vista soggettivi, il film costituisce una delle prime esperienze filmiche…”.
    In conclusione, la cosa che mi ha più piacevolmente sorpreso è che questo film muto, in bianco e nero (filtri a parte), della durata di poco più di un’ora e, soprattutto, girato quasi 100 anni fa, oltre che esser stato un mattone fondamentale e portante per il mio bagaglio culturale di cinefilo, mi ha appassionato da morire e mi è piaciuto un sacco!

    Ps: brilla di stelletta, ciccio! Torna a dormire o "tifa Doria bella storia", va là... :)

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