Extra: la Santa Agonia di Bresson

Il Cinerofum gira come una trottola tra le sale, a raccattare tutto il cinema possibile, tipo i robottini che, lasciati a gironzolare liberamente per la casa, aspireranno ogni sorta di roba; sì, sporcarsi le mani con la materia cinema ci sta, dev'essere fatto!, resteranno esclusi solo i film pulviscolo: non aspirabili, impercettibili, trascurabili, ma che, siano maledetti, di malattie ne portano a iosa, guardate le nostre sale/società. Ieri, altro film sulla fede (strettamente, checché se ne dica) cristiana: "Diario di un curato di campagna", terzo film di Robert Bresson, 1951.
Allora, un passo indietro (per noi): del regista originario dell'Alvernia che attraversò tutto lo scorso secolo (1901-99), durante i nostri incontri vedemmo il dolce-straziante "Au hasard Balthazar" (del 1966) e c'innamorammo sia dello sguardo dell'asino Balthazar sia di quello del regista. In questo film, il primo è stato sotituito da quello stralunato del curato "Claude Laydu" e il risultato non mi sembra lo stesso; il secondo, da dolce e impassibile è diventato melenso e disperato. La scena finale prova a tirare le fila e riordinare il tutto; come se si svegliasse e scuotesse, Bresson toglie il protagonista (un sorta di Gramsci in LSD) e affida al libro la conclusione dirimente; uno può capire che se uno è prete un motivo di preoccupazione lo possa avere, ancora di più se ha un costante mal di stomaco, nemmeno da discuterne se quel malore è un cancro allo stomaco...però ragazzi 'sto tizio sta male sul serio. Beh, sto provocando, ma è anche un modo per stimolarvi (a guardarlo...). Comunque, se Bresson ha voluto, tra un sacra chiacchiera e l'altra, raccontarci che la vita del prete è infame, che il più delle volte verrà trattato a pesci in faccia dai poveracci e dai potenti, dai dannati e dai cardinali, beh avrebbe potuto farlo utilizzando un curato di nome e di fatto (grintoso sarebbe eccessivo), senza appellarsi a una malattia che, anche se funzionale in valore assoluto, in questo caso è superflua, visto che lo trattano tutti come 'na pezza; ok, Bernanos così ha voluto; ribadisco, però, l'eccessiva teatralita della recita del protagonista.
Teatralità che, nelle scene che lo richiedono, ci consegna sequenze e duetti di grande impatto (uno su tutti il dialogo clou tra il curato e la moglie del conte), ma che in altri semplicemente stona.
Anche nel "Nazarin" buñuelliano (per rimanere in tema) le messicane paiono indemoniate e sopra le righe (le risate!); ma il regista spagnolo, surrealista, dovrebbe essere agli antipodi della linearità e di quell'"assenza di recitazione" che il francese professava pomposamente (stiamo pur sempre parlando di un regista che gradiva lasciarsi andare in "massime e sistemi" come "Differenza tra cinematografo e cinema"...) e non trovarvisi al fianco.
I dialoghi, spesso coinvolgenti e profondi, a volte si nascondono dietro sottintesi che risultano oscuri anche per il protagonista! Va bene, è la logica della malalingua, della dicerìa, del passaparola di campagna che arriva a "rinoceronte" partendo da "fiore", passando da "ipocrisia" e "ignoranza" (e prendendosi una pausa dalle parti di "Chiesa"), ma che cavolo pensano che abbia fatto questo povero cristo (aggettivo)? Che bevesse? Che toccasse le tette della figlia del conte (diabolica sì, ma pure troppo)? Che importunasse le bambine al catechismo? Inoltre, l'amico spretato...che ha? E' gay? Ah, no, ha una tipa ma non la sposa? Boh.
La sequenza più bella è quella in cui il prete sale in sella a una moto e, miracolo!, abbozza un sorriso; 100Km/h di vento tra i capelli e, prima ancora che venga esplicitata (sia dalla voce fuori campo del protagonista, sia dal loschissimo motociclista), lo spettatore riceve, in tutta la sua forza, la sensazione del curato di aver sbagliato strada e aver perso molto tempo...
Sarà che non m'intendo di "roba di chiesa", però, secondo me, in 15 anni si possono imparare molte cose. Bresson lo ha fatto.
(depa)

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