Intrigante e sorprendente Wilder

Sala Ninna. L’ora era tarda, ma la voglia di guardare “Testimone d’accusa” (1957) di Billy Wilder era incontenibile. Erano settimane infatti che aspettavo il momento giusto (più che altro l’ora giusta) e non arrivava mai, così, ieri sera, ho schiacciato il tasto play sperando di non addormentarmi. Impossibile succedesse: sulla scritta “the end” mi sono accorto che stavo sorridendo, più che per la battuta finale, comunque stilosissima, per la soddisfazione che mi aveva dato la visione di tutta questa bellissima pellicola.
Conoscevo Wilder soprattutto per la stesura e la regia di commedie piacevoli e divertenti e la prima cosa che voglio sottolineare di questo thriller  è che, anche in esso, sono presenti queste due caratteristiche.
Piacevole per la trama che scorre liscia e blanda nella prima oretta, per poi accelerare di ritmo nella seconda, in un film che si divide in due parti ben delineate.
Divertente perché i personaggi sono divertenti. Sir Wilfrid Robarts (Charles Laughton, David di Donatello come miglior attore straniero) è un avvocato penalista di successo che, tornato al lavoro dopo settimane di degenza forzata in ospedale, viene costantemente “inseguito” dalla petulante infermiera Miss Plimsoll (Elsa Lanchester, Golden Globe come miglior attrice non protagonista) che, per dovere professionale, deve prendersi cura dell’uomo e lo fa ossessionandolo col momento del riposino, le medicine da prendere regolarmente e privandolo spesso di un buon sigaro, di un bicchiere di brandy e soprattutto del suo amato lavoro. Vedere come “scappa” continuamente da lei per fuggire da questo “regime” e il continuo sarcasmo che usa nei suoi confronti e delle altre persone che lo circondano è spassosissimo. E poi c’è il giudice del processo, altro personaggio decisamente spassoso per la sua finta sbadataggine che nasconde in realtà un acuto intuito e tanta attenzione ai dettagli ed al buono e giusto svolgimento del processo.
Ma, dicevo, questa non è (solo) una commedia. “Testimone d’accusa” è tratto dall’omonimo piéce  teatrale di enorme successo di Agatha Christie, a sua volta rielaborato da un racconto minore dell'autrice, che definì la versione diretta da Billy Wilder: il miglior film tratto da una sua opera. 
Leonard Stephen Vole (un grandissimo Tyrone Power) ci fa temere che la sua innocenza non venga creduta, poi sospettare della sua colpevolezza, poi ricrederci ancora e così via finché sarà decisivo per svelare la verità dei fatti un testimone d’accusa…
La suspense durante tutto il processo è tanta, i colpi di scena sempre dietro l’angolo, la storia diventa di conseguenza intrigante, fino ad arrivare ad un finale che lascia a bocca aperta per la sorpresa.
Tirando le somme, direi che quel mio ghigno di soddisfazione alla fine del film era decisamente giustificato.
(Ste Bubu)

1 commento:

  1. Un ottimo Billy Wilder, come al solito. Maestro del ritmo, scandito da botta e risposta serrati, acuti e decisivi (un cinema a cui il pubblico nelle sale cinematografiche di oggi non sarebbe più abituato, troppo preso a blaterare del più e del meno: qui verrebbe tagliato fuori dallo svolgimento; un dettaglio perso, tac!, e se fuori).
    Co-autore del successo di questo film è il giudice, personaggio stupendo, costruito alla perfezione Wilder e Charles Laughton, superbo. Meritati tutti i suoi premi. La “Dietrich”, tanto convinta di far mambassa di premi, è oggettivamente relegata a parte minore.
    Nella prima parte (50 minuti) si presentano i fatti, poi inizia il processo e lo spettatore si lecca i baffi nell’attesa di scoprire come Leonard Vole possa uscirne salvo. L’interesse diventa sgomento quando in aula entra Cristina “Dietrich”. Ma che diavolo…?!
    Il finale rocambolesco insegna allo spettatore e, soprattutto, al famigerato avvocato di non fidarsi mai di ciò che vede e sente: la “prova del monocolo” è una bufala e sir Wilfrid non è poi così infallibile (s’è fatto infinocchiare alla grande) e alla fin fine paga un po’ si supponenza (un avvocato del suo livello non si sognerebbe mai di non verificare di persona un documento fornito dall’accusa).
    Un po’ d’amaro in bocca, alla fine: lo spettatore è stato preso per il naso e il walzer delle balle ha sovrastato ogni nota.
    “Belìn, ma allora…!”.
    Ma il naufragar m’è dolce in questo Wilder…

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