Noi, nature morte

Oggi pomeriggio (piovoso) mi sono diretto verso il Sivori, direzione "Still life", il secondo lungometraggio del produttore e regista britannico Uberto Pasolini. Con un cognome così, son già di buon umore, anche se guardingo. E alla fine entrambi i lati son soddisfatti, uno perché il film rispetta una certa sensibilità artistica, l'altro, quello sospettoso, si dice "toh, lo sapevo!".
Chiariamo, un ottimo film. Sopra la media l'attenzione ai dettagli, tutti quelli che l'arte cinematografica può contemplare, ma qualche macchia inficia il risultato finale, quello che determina i film destinati a divenire dei classici che, noi del Cinerofum, umilmente incastoniamo nel nostro Partenone immaginario. Se da un lato, il regista parte alla grande, mostrando grande lucidità nel sorvolare repentinamente sul primo album fotografico caduto tra le mani del protagonista, dall'altro si adagia sul sofà, appena cosparso di cuscini (comodi e di ottima fattura, sì, ma sempre semplici e senza forza), e indugia senza pudore sui volti che non sono più. Sigh.
Si può assistere alle stupende passeggiate del sensibile protagonista (ottimo il londinese Eddie Marsan, spina dorsale della pellicola) o godere dei particolari dispersi nell'apparentemente asettica scenografia, tutto è allestito a meraviglia. Pure troppo. Mi ha preso il gusto amaro del gioco facile. I dialoghi che accompagnano il contrasto tra John "Marsan" May e tutto ciò che lo circonda (quasi lo stesso che separa ciò che è vivo da ciò che è morto). Favola dal finto sapore amaro. La morte trattata in maniera così fredda, che si fa calda, che si fa amore...un po' troppo. Recupero adesso questa pellicola che perdetti alla rassegna veneziana a Milano, quest'anno. Ribadisco, il mio migliore rimane quello stupendo cartone animato partenopeo; ma, subito dopo, guardate, anche questa pellicola, siamo su livelli alti e, da tali, ho tentato di giudicarlo.
(depa)

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