Buridda Vive, la lucha sigue...


A Cannes 2014, io e Marigrade, abbiamo anche ritrovato il "caro amico" inglese Ken Loach. Caro perché ogni volta, guardare i suoi film, mi costa un po', sia semplice resistenza o, peggio, rabbia. Amico perché è pur sempre un "compagno", una delle poche voci non assuefatte (seppur stonata, per me). Però siamo alle solite: anche questo racconto non trova la sua isola felice nei lidi cinematografici; assolverebbe molto meglio questo ruolo un bel pub dove poter stare ad ascoltare l'ammaliante racconto di Jimmy e della sua sala, ennesimi eroi dimenticati di un passato/presente...ancora vergognoso. "Jimmy's Hall".

Vecchie e nuove nuvole


Alla rassegna di Cannes di quest'anno era in concorso un film dal carattere particolare, che può essere inscritto nel filone dei film che parlano di teatro, ma nemmeno può essere recluso in quella stanza. Perché si sa, poi c'è tutto il resto, il solito ed ovvio bagaglio di ciascuno. Ed ecco, quindi, Juliette Binoche interpretare, con la consueta naturalezza, un'attrice rincorsa dal tempo e dai suoi ricordi e Kristen Stewart, in veste di segretaria, ironizzare su tutte quelle teenager rincitrullite da dollari e borsette, che paiono aver invaso il red carpet. "Clouds of Sils Maria", diretto dal parigino Olivier Assayas, è un'interessante speculazione sulle dinamiche interpersonali.

La paura ne fa 40

Il penultimo appuntamento di "Cannes e Dintorni '14" a cui la strana coppia, io e Marigrade, ha partecipato, è stato ancora più strano. Il cinema "Mexico" tiene fede alla propria fama di "casa degli orrori" e, con nostra sorpresa, ci siamo ritrovati catapultati nel genere horror d'autore, quello cult. E "Non aprite quella porta", celebre pellicola del 1974, diretta dallo statunitense Tobe Hopper, non tradisce. Spregiudicato, orrorifico, ironico; il suo ideatore ci sa fare con la materia e non sarà facile per nessuno prendere fiato.

Giganti brutti

E via, rituffiamoci in "Cannes e dintorni 2014". Andrò a ritroso, per assicurare, almeno agli ultimi film visti, una temperatura accettabile. Lo scrivere a proposito di questa rassegna, come dire, a giochi chiusi, mi permetterà, spero, un confronto più consapevole tra le pellicole; di sicuro, mi permette di dire che la qualità di questa rassegna, su ciò siamo d'accordo io e la fedele compagna di rassegna, Marigrade, è stata buona, senza picchi ma nemmeno senza scivoloni, solitamente immancabili. L'ultimo film è stato l'atteso "Leviathan", del russo Zvyagintsev, convincendo sul piano visivo, non su quello narrativo. In ogni caso, una sberla niente male sulla faccia dell'angioletto Vladimiro.

L'abbraccio di Resnais

Il terzo film di Alain Resnais che ho visto in questi giorni, offerto da una bella retrospettiva (ahimé) allestita da solito capace "Spazio Oberdan", è stato "Non avete visto ancora niente", del 2012. Interessante meta-film sul cinema e sul teatro, sul filo indissolubile tra queste due arti e...la vita.

Cuoricini di Resnais

Il secondo film di Alain Resnais, visto in questi giorni all'"Oberdan", è stato "Cuori", del 2006. Il tocco c'è non c'è dubbio, le commediucce rosa, tra le sue mani, assumono un colore più vivo, senz'accecare. Però bisogna amare essere disposti ad una certa leggerezza (degna della frivolezza dei personaggi interpretati, certamente), senza aspettarsi un realismo estraneo a questo genere.

Amour mortis

Resnais Resnais Resnais. Doveroso il tributo dell'"Oberdan" dedicato al regista francese recentemente scomparso, altrettale il mio dirigermi verso la sala Alda Merini. Il primo dei tre film che ho visto è "L'amour à mort", del 1984, pellicola sulla forza cieca dell'amore, quella che non spinge a confondere i contorni della morte, che diventa quindi una semplice, seppur angosciante, porta verso il luogo affollato dai nostri cari.

I tratti del "Gonzo"

Sabato di proiezioni interessanti all'"Oberdan". Andando a ritroso, alle ore 18 è stata la volta di "Per nessuna buona ragione", documentario diretto da Charlie Paul, "condotto" da un silenzioso Johnny Depp e dedicato all'affascinante figura del fumettista inglese Ralph Steadman, classe '36.

Piccolo Chomsky a fumetti


Appena tornato dalla "chiacchierata animata" imbastita dallo "Spazio Oberdan" questa sera. I due interlocutori sono il regista francese Michel Gondry (classe '63) e il mostro sacro della linguistica e della filosofia contemporanee, lo statunitense Noam Chomsky. "Is the man who is tall happy?" permette di addentrarsi per qualche metro nei complessi meandri del sapere del pensatore di Filadellfia (7  dicembre 1928), senza oltrepassare limiti troppo pericolosi.

Bon-bon musical par Resnais

La settimana scorsa, prima di ritrovarmi, assieme a Marigrade, tra Cannes e dintorni, ho fatto una capatina all'"Oberdan" per andare a trovare un regista amico scomparso recentemente, Alain Resnais. In programma un musical da camera, "Mai sulla bocca", del 2003, che tiene compagnia  con un thè leggero e fa muovere il piedino al suono di una filastrocca. Come cornice l'elegante mise en scène e l'atmosfera un po' sofisticata, un po' spregiudicata, del regista francese, per sdrammatizzare un po' quel gioco di guerra che è l'amore.

Grand vaccatà de Anderson

Nessuna sorpresa direi. Mi aspettavo questo e questo è stato. Ormai Wes Anderson è perso nel suo mondo per bambini, ammiccante ad un pubblico di adulti con tanta voglia di frivoli rewind, senza troppe pretese. "Grand Budapest Hotel" è proprio quella stronzata che m'aspettavo, non so nemmeno se dirvi di provare: ad alcuni potrebbe piacere e vorrei non venirlo a sapere, a quegli altri farei soltanto voglia di richiedere indietro il prezzo del biglietto. Meglio non rischiare.

Indefinito. Per me un'incognita.

Ieri sera sono ritornato al "Circolino" per assistere, dopo due assenze, alla terza proiezione appartenente alla rassegna "Sconfinati Amori", dedicata alle diversità sessuali. Il film di ieri è stato "XXY", film argentino del 2007, diretto da Lucia Puenzo. Tema: l'intersessualità.

Finlantango

La settimana scorsa, cinema finlandese all'Oberdan. E chi avrebbe potuto metterci lo zampino se non l'esponente di spicco di quel cinema regista, Aki Kaurismäki? Zampata che da il là, sotto forma di affascinante provocazione, e che indica la direzione estetica da seguire. E così pare proprio abbia fatto la tedesca Viviane Blumenschein, classe '69, specializzata in dokumentarfilm, attenta a girare un road-movie sbarazzino ma intenso, amalgamando bene i contrastanti ingredienti del tango argentino (uruguaiano!...) e della danza popolare finlandese: "Midsummer's Night Tango".

...e il "grillino" degli anni '30

Lunedì pomeriggio d'ozio lugnanese. Siamo io, Sabry e Simo che tra una uanderina e l'altra decidiamo di buttare su un filmetto. Sabry chiede a gran voce qualcosa "di relax" così le propongo un Frank Capra del 1939. Proposta accettata. Si tratta di "Mr Smith va a Washington", una commedia che risulta piacevole e, come la precedentemente da me visionata e recensita "L'eterna illusione", impregnata di buoni sentimenti e giusti valori.