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Il terzo film del nostro sabato "veneziano", mio e di Marigrade, è stato del tutto particolare, nel benino (per me) e nel malissimo (per lei). Proveniente dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (e introdotto dai curatori piuttosto pomposamente, in netta dissonanaza con la sincera umiltà dell'affascinante sala parrocchiale Beltrade), "Francophrenia" alletta subito ma delude in fretta. L'idea di James Franco, molto ambiziosa e innovativa un po'...pare indicare un percorso intrigante, senza riuscire a governare il timone;  e alla fine si gira in tondo.

"Pipa, cappello, chapeau et voilà..."

Questa sera, dopo anni in coda, sono riuscito a far accomodare in sala Uander, un artista che ha lasciato un suo segno originalissimo nel modo d'intendere l'arte cinematografica, frutto di una visione personale minimalista, anticonformista, spensierata: Jacques Tati. "Mio zio", del 1956, è uno dei suoi film più celebri. Metrica cinematografica non di altissima digeribilità, qualche ingrediente d'oltralpe un po' stagionato, ma una poetica che rimane per delicatezza e visionarietà.

Pure lui c'avrebbe riso sotto...

Ma noi avevamo ancora un discorsetto in sospeso...non me ne sono dimenticato. Procediamo. Altro film francese a Venezia 2014: una commedia divertente, dal buon tocco, comicità coinvolgente e sguardo dolce verso una coppia di sfortunati, un po' (tanto) scapestrati, ed il mondo agrodolce che li circonda. "La rançon de la gloire", di Xavier Beauvois (classe 1967), intrattiene con leggerezza, senza puntare troppo in alto, portando a casa la pagnotta ma, a noi del 'Rofum (!), non basta, giusto?...

"Stanotte: riccioli d'oro!"

Altra rassegna da seguire, al "Circolino" sopra lo "Zelig". Sir Alfred Hitchcock dimostrò, sin da questo suo "Il pensionante", muto del 1926, quanto sapesse manipolare la materia suspense, sfruttando il mezzo cinematografico a 360°, spingendosi lungo sperimentazioni tecniche che gli permetteranno di segnare la Settima Arte come pochi altri.

Ramenghi senza tempo e frontiere

La sala Uander, martedì scorso, ha fatto sedere comodamente i suoi due afecionados sul divano. In programma tre ore di Kubrick in costume, epopea di un qualunque uomo del proprio tempo, sballottato dall'indole e dal caso: "Barry Lyndon", del 1975, paesaggi incontaminati fanno da sfondo alle piccole e grandi battaglie dell'uomo.

Mordicani, ortodossi e calcio da tavola

Lunedì scorso, al "Circolino", ho assistito ad una proiezione inserita in una serata intitolata a "Gli svitati", dedicata alla "surreale e grottesca comicità italiana". E poteva restare escluso da questo appuntamento Dario Fo, il menestrello delle coscienze che vien da Sangiano? "Lo svitato", del 1956, è un esercizio di surrealismo piuttosto spinto (come dev'essere!), diretto da Carlo Lizzani e scritto a più mani, tra cui regista e protagonista, lo stesso Fo.

I Germi che verranno

Domenica pomeriggio non è bastato saltare presto su un treno, poche energie per uno "Spazio" austriaco, mannaggia. Meno male che c'è la "Uander" a coccolarmi  con un film che assieme alla sua Genova, in questi giorni, vuole essere un tributo al centesimo anniversario dalla nascita di Pietro Germi. "La presidentessa", del 1952, non è tra il lavori migliori del regista genovese, maestro in commedie dal retrogusto sociale severo. Ma rappresenta una tappa di affinamento della propria arte, nonché un omaggio alla fulgida bellezza di Silvana Pampanini, instancabile e meravigliosa attrice romana.

Il caso...di sempre

Week end lavorativo, torna in ballo la sala Negri. La VHS inserita è quella n° 20 della collana "I capolavori italiani" distribuita da "L'Unità": "Il caso Mattei" è un'altra rigorosa ed affascinante indagine filmata di Francesco Rosi, datata 1972, dieci anni dopo la nebulosa morte dell'altrettale figura dell'industriale (quindi politico) marchigiano, interpretata dal solito ineccepibile, travolgente Gian Maria Volonté.

Siamo tutti in un tanzbar

In questi giorni all'"Oberdan" è in programma una trilogia diretta dal regista austriaco, classe 1952, Ulrich Seidl. M'è capitato l'ultimo capitolo, "Paradiso: speranza" (presentato alla Berlinale '13), convincendomi con alternante equilibrio, probabilmente l'effetto voluto dal regista che punta molto sull'effetto provocatorio delle proprie immagini in movimento, con risultato positivo, ma non troppo.

L'ultimo colpo manca

Venezia, ancora. Eh sì, ancora lavoro arretrato per me. Ma ci siamo quasi, state tranquilli. La giornata più ricca, sabato 20, riservò qualche blanda soddisfazione, tra cui un film francese ben diretto, ben interpretato, intelligente ma...un po' codardo. A "Le dernier coup de marteau", diretto da Alix Delaporte, classe 1969, rimprovero solo di aver seguito, seppur correttamente, una strada più cha battuta, asfalto senza rischi che, se mette al sicuro da sbandate grossolane, non lascia il ricordo di una forte emozione.

Due volti per zero fa zero.

Dopo il piacevole week end lungo gallese (passate da Aberystwyth!), durante la quale un'altrettale chiacchierata con Barabba ci ha sfortunatamente condotto alla sua visione, io ed Elena ci siamo incamminati verso il Plinius (dove è innegabile, ouh, solo cinema di qualità...prrr!) per il film "I due volti di gennaio" è il film d'esordio di un regista iraniano, Hossein Amini, che non credo giungerà alla ribalta dietro la m.d.p. Magari mi sbaglio eh...

Concha dice sì, ma è no.

Questa sera, io ed Elena alla corte di Marlene. Sempre lei, ancora più femme fatale; dopo aver ridotto a pezzi il prof. Rath, qualche anno prima, questa volta la regina della tela potrà divertirsi, con "Capriccio spagnolo", a tramortire e poi stendere l'omuncolo di turno, tanto piccolo quanto perso. Ancora diretta da von Sternberg, nel 1935, la Dietrich trovò negli echi dell'espressionismo tedesco la potenza a lei consona.

Solitudine e ambizione

Venerdì sera ha aperto i battenti la sala Town, sempre in Port Antonio, Portland, Jamaica.
Gran bella prima con questo magnetico e intrigante “Le luci della sera” (2006) di Aki Kaurismaki.
Un film sull'etica morale e sulla dignità anche di un uomo perdente, almeno secondo gli schemi sociali imperanti. Un cinema essenziale, scarno, come se immagini, dialoghi e gesti fossero passati a un vaglio finissimo per fare rimanere solo quello che è importante.

Niente sconti in amore

Ieri sera, seppur con qualche sintomo influenzale ("oh poverino!...Ma chi se ne frega?!"), proprio non ce l'ho fatta a starmene a casa, sapendo che in sala Merini c'era Ernst, ma sì Enrst Lubitsch, ve lo ricordate? Quello del "tocco"? Ok, bene. Ieri sera sul grande schermo è passato "Angelo", del 1937, trio d'amore con una Dietrich micia occhioni magnetici che soffre, minaccia, poi fa le fusa.

La morale: su chi la fa, sospetti...

Sarà stato martedì scorso. Ma sì, in cucina, c'era anche Aporty; "vediamo un po' che offre il buon Oberdan, 'sta settimana...". L'occhio scorre poi s'arresta. "Cazzo, c'è Billy!" (un po' alla Begbie). Questa ormai è la nostra reazione quando Billy Wilder fa capolino. Sarebbe potuto succedere di tutto ("Hitch" e la sua posta nera furono più sfortunati, domenica sera, vedendosela con le FF.SS. ed un infelice), ma io ed Elena saremmo stati in quella sala: "Scandalo internazionale", del 1948, con due regine dei due mondi, la Dietrich e la Arthur, a loro agio nelle vesti di femmine in lizza, una di tenebra, l'altra di miele.

Ricordi la strada?

Sala Uander a due ieri sera. Elena che esce dall'ufficio alle 20 merita qualche minuto di silenzio...dopo qualche sbacchettata China e Thai, lei è fuori dai giochi. Io ed Aporty possiamo dedicarci, dunque, ad un DVD di Jim Jarmusch, HD cui Albert non è molto abituato, ma che regala soddisfazione. "Broken Flowers", del 2005, è un lento e soffice voltarsi per scoprire che, tanto vale, meglio guardare sempre innanzi.
Ma ho come il sospetto che avrebbe potuto anche essre un lungo inseguimento (con sparatoria, ma sì) e un blocco di marmo (sbattuto sulla testa, sììì!), senza disturbare la discesa di Aporty da Morfeo, al piano di sotto; come diceva un mitico personaggio di Abanese: "sono solo, sono molto solo".

Come un cazzo di fottutissimo ninja!

Sapete quando un collega vi sente parlare di "cinema" e allora vi viene consigliato un gran film, magari "non bellissimo, non è che...però carino" e tanto va la gatta al lardo che vi viene promesso in chiavetta, giungendo prontamente il giorno seguente e obbligandovi ad una serie piuttosto lunghetta di occhiate indagatrici quotidiane? E avete presente quando, quello sfortunato film, è qualcosa del genere demenziale tipicamente U.S.A.? Bene, ci siete andati vicinissimo perché, dopo 2 mesi, ho trovato tempo e coraggio per vedere "Tenacious D e il destino del rock" (2006), ma, tutto sommato, non è poi così malaccio...

Un halcion e al Dorsia

Ieri sera, complici il festeggiamento per il trasferimento del buon Aporty sul divano della sala e il brontosauro al sangue donato dal Dudy e preparato da Elena, è saltata la mia visione in trasferta del lunedì, tramutandosi con piacere in un ritorno della "Uander" sulle pagine del 'Rofum, con piccolo pubblico composto da tre lettori di Bret Eston Ellis. Quale occasione migliore, quindi, per vedere o rivedere la trasposizione del suo romanzo più celebre, "American Psycho", diretto dalla canadese figlia d'arte Mary Harron?

Tutto buono, gnam gnam!

L'ultimo film che vidi, in senso cronologico, alla rassegna veneziana-milanese di quest'anno (ma da Locarno), è stato quello che diverrà un classico filmone di gran successo al botteghino, imperniato sui buoni sentimenti quasi disneyani, con un cast che possa far gola a tutti i tipi di pubblico, per etnia e classe sociale. "Amore, cucina e curry" (originale "The hundred-foot journey"), diretto dallo svedese Lasse Hallström, è un fantasmagorico film tra H. e Bollywood, tra nouvelle cuisine e pollo tandoori.

La luce rossa, la luce rosa...

Ieri sera intermezzo rosa all'interno della rassegna veneziana. Anche per rassicurare l'"Oberdan" (non che ne abbia bisogno) circa la mia fedeltà, mi dirigo stanco ma deciso verso la sala Merini, dove verrà raccontata, con taglio documentaristico, l'epopea delle gemelle Fokkens, veterane del noto quartiere a luci rosse della città sull'Amstel; "Meet the Fokkens", del 2012, di Gabrielle Provaas e Rob Schröder. C'è anche Elena con me, attirata da... !?

Musica e corpi di Maria Fux

Ed ecco che, a metà rassegna, io e Marigrade, seduti nella solita seconda fila a sinistra, un po' stanchi a causa dell'ora tarda, ci troviamo di fronte autore e produttore di un documentario su una nota figura della danza argentina (ma non solo). Buenos Aires, sì, anche se "non è tango" e si rassegna la mia compagna di cinema (appassionata di tacchi alti e rose tra i denti); ma l'animo è sgombro, e Maria Fux, arcigna dolce classe 1921, pare proprio una tipa giusta..."Dancing with Maria" si rivelerà essere l'opera più emozionante della rassegna. Merito degli autori (regia di Ivan Gergolet, Monfalcone, 1977) e del carisma quasi irreale della protagonista.

Nessun enigma, il nostro libro

All'Eliseo di Via Torino, a Milano, io e Marigrade ci siamo imbattuti in una pellicola serba mostrata alla Settimana della Critica, che narra dell'ennesimo Mowgli, cresciuto però tra lupi balcanici e nevi copritutto: "No one's child" ha il merito di costruire coi dettagli ma di non perdercisi, nel coinvolgere con una storia complessa, senza sfociare nella fredda disamina sociologica. Di freddo, c'è già l'animo umano, da sempre il peggiore e insulso tra tutte le bestie. Regia dell'esordiente Vuk Ršumovic, classe 1975.

Quando vuoi...

Nella sezione "Giornate degli autori" del festival di Venezia di quest'anno, figurava anche un film israeliano che colpisce l'alternanza di ironia e dramma, la sapiente mescolanza di grandi domande e piccoli sorrisi: "The farewell party" ha vinto facilmente il premio del pubblico, a mio avviso, proprio per la capacità di divertire chiunque (sin dalla primissima sequenza), tipica di certo cinema israeliano, pur aggirandosi, con buon tocco, tra vecchiaia, malattia, sofferenza e morte. Regia a quattro mani di Tal Granit e Sharon Maymon.