Mamma lo fece con un asso in mano...

Appena tornato dallo "Spazio". L'"Oberdan", intendo. In programma una serie di film incentrati sul gioco, quando diventa malattia. Partendo dalla promozione di quel "The gambler" che beccai a Trieste, lo scorso gennaio, e trovai meno che mediocre, il mio secondo cinema preferito mi ha servito un pregiato bianco e nero francese, del regista Jean-Pierre Melville (1917-73): "Bob il giocatore", del 1955, sfoggia una grande atmosfera, allestita mediante montaggio e sonoro spregiudicati quanto efficaci.

"Ecco come lo racconterebbero a Montmartre..." ci racconta la voce introduttiva, suggerendo un flashback che, sì è vero, ci riporta alla mente i noir di Hollywood, che hanno reso celebre e vincente questa scelta. Racconto che percorre la stessa strada, per esempio, di quel Moby Dick cui il regista dovette parecchio, se è vero che il suo cognome se l'appioppò egli stesso (gridando in battaglia) in memoria del padre statunitense della Balena Bianca. Tornando al film, guardandolo saltano agli occhi i piani sequenza sinuosi, a suggerire quei giri sulla giostra, sempre uguali a loro stessi, che ricordano i continui rilanci, i continui ingressi, successi e perdite di chi è fermo al tavolo da gioco. Anche la roulette gira, illudendo che tutto sia giusto come una sfera. Allora in tondo, per una place de Pigalle. Quelli che la m.d.p. dipinge sono sbuffi, tratti leggeri per un malinconico incedere. Oltre agli occhi, qualcosa guizza all'orecchio; componente rilevante e bizzarra in questa pellicola, il sonoro può spiazzare in più modi: lo xilofono iniziale (colonna sonora o musica dal vivo?), i suoni delle vetrine che s'alternano all'impazzata assieme a loro (varie volte, tra cui durante la minacciosa marcia di Paulo, terminata proprio con una musica assordante, uno squillo ed uno sparo), il rombo degli aerei durante la preparazione del piano (come essere lì, a sforzarsi di sentire le indicazioni di Bob). Come se non bastasse, il suono diventa la vera chiave di volta per il colpo architettato. Andamento visivo e sonoro che può permettersi un montaggio all'altezza, audace, a tratti scavezzacollo (c'è un collegamento verticale fulmineo), così ecco passare da una cassaforte ad un cane, dalle turbe di Roger "Bob" Duchesne (ottima la sua) ad una sala da ballo in festa...
Cifre che annebbiano il senno ed una coscia che, più d'ogni altra cosa, può far saltare tutto il piano (l'algida e bollente Anne, "che pare fregarsene ma che arriva quindi prima degli altri", è la bellissima Isabelle Corey, classe 1939, scomparsa meno di 4 anni fa, che il regista fece debuttare incrociandola per strada, e te credo!).
Da non perdere, per cogliere lo scalpitare di un regista determinato ed ispirato.
(depa)



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