Non godiamoci la serata

Una considerazione qui ("è di quelli per cui o ci entri dentro e lo apprezzi, altrimenti lo detesti"), un parere là ("no, non ci siamo"). Beh andiamo a vederlo questo "The Lobster", film diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos,  classe 1973. Distopico ambizioso, l'esperta giuria di Cannes lo premia, alcuni imberbi grideranno al genio, io mi limito a.

Niente titoli di testa, davanti a noi una stravagante sequenza di quelle che fan ridere gli appassionati di sketch su supporto digitale (tipo un panda che fa uno sgambetto ad un carrello della spesa). Il film, quindi, si preannuncia divertente e determinato, pronto a creare momento nuovi, più. Poi il cast è composto da diversi noti delle sale cinematografiche, tutto gira per il meglio. La sessualità come problema tecnico, va bene; son tempi strambi, sicuro. Pure bravi, gli attori; capaci di esalare dalle proprie espressioni questa folle atmosfera che, invero, sta su per miracolo.
Realizzare un film di questo tipo, non dev'essere niente facile. Va detto. Però la parola coraggio, se sfocia in un gesto vuoto, perde il suo peso e s'alza a palloncino. Sparisce, la scordo; soltanto, spero la carcassa rossa, umidiccia bleah, non mi caschi proprio in testa. Dopo 45' mi pare che il protagonista sia dato per disperso, recluso in un angolo ("Toh, il regista è in giro a cercar di rimontare"). "Lo facciamo soli, per questo balliamo la musica elettronica". Raffreddamento e mercificazione, ok. Rapporti seriali. A parte che, invece, ascoltando l'electro può succedere di tutto...ma il fatto è che, buon Lanthimos, se un bel gioco dura poco, uno così così, deve durare ancora meno. Proseguendo lungo la strada del dubbio: forse il tuo non sarebbe nemmeno dovuto iniziare ("Sì! Cattivo Cinerofum!"). Questo è cinema che vorrebbe essere visionario e potente (Lars o Kim), ma finisce coll'essere  velleitario e perdente, sterile esercizio da nerd. Eppure in quella Giuria c'era il prodigio Dolan, va' a capire!...
Come se ciò non bastasse: inizialmente avevo pensato che sulle immagini il film filasse liscio (il solito gioco-facile allestito da fotografia, scenografia e costumi), al fine di concentrarsi sull'intreccio, su cui la pellicola punta in evidente all-in; vi lascio immaginare quando, emersa la fragilità del racconto (sotto più punti di vista, se proprio non tutti), leccandomi le ferite, mi sono illusoriamente ritirato sulle suddette immagini, accorgendomi che, pure da esse, ero stato vilmente abbandonato. Diserzione.
(depa)

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