Porta Pazienza

Zippino chiama, il Cinerofum risponde. Tortellini panna e prosciutto in quantità industriali (i ragazzi ne avevano davvero bisogno) e tasto play su un film che, sulla carta, dovrebbe tenere compagnia leggera, senza impegno, ma non dozzinale: "Il labirinto del fauno" (2006), del messicano Guillermo Del Toro, è un fantasy per stomaci forti, tosto come la vita, ambizioso come il regista.
Il regista messicano classe 1964 fa il suo debutto al Cinerofum con tutta la sua cifra stilistica; realtà e immaginazione in parti uguali (perché di entrambi abbiamo un disperato bisogno) e tanto sano orrido che educhi al bene e al male: pregiudizi dinanzi al diverso (brutto a fin di bene) e  diffidenza tenace contro i demoni di questo mondo (qui i franchisti). Tutto è ripugnante nel mondo dei contrasti marcati: tra vita e morte, forza e malattia, ricchezza e tenebra, discernere lucidamente è difficile, ma necessario. In Del Toro, il genere fantastico non rinuncia al pathos e, in un mondo avvolto dalla notte, dove reale ed irreale s'attorcigliano formando speranze inaspettate e tradendo facili conclusioni, si può prendere Pan per focaccia. Il senso della pellicola è chiaro: in tempi e luoghi dell'orrore, le uniche porte d'emergenza le apre la mente, con buona dose di immaginazione. E, per quanto onorevole, quando ci rinunci è finita. Finale molto poetico, metaforico: solo libertà e lealtà conducono alla luce, emergono la filosofia e l'ingenuità della pellicola. A fine visione, in sala Valéry io e Zippino mezzi soddisfatti, Elena dubbiosa lascia il campo anzi tempo (strano). Certo nulla per cui gridare al miracolo, ma è un cinema che cerca una propria area d'azione, da lodare per originalità.
(depa)

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