In perfezione balcanica

In questi giorni al City è in programmazione un film croato che colpisce per bellezza, intensità, intelligenza. A volte basta uno sguardo al titolo e al luogo di provenienza, per dirigersi verso una sala. "Sole alto", Croazia 2015, regia di Dalibor Matanić. Ok. Un fischio a Marigrade che, se sul mio fiuto può nutrire dubbi, riguardo al suo figurarsi...si presenta. Lei prova pure a trascinarmi nella sala sbagliata, ma non mollo. E' "Sole alto" che voglio vedere.

Pellicola di rara perfezione non-hollywoodiana, dal rigore artistico quasi preoccupante. Difatti non capisco e resto allibito, groppo in gola, dinanzi ad un cinema potente che corre sul confine, martoriato da conflitti e odio inesplicabili, tra odio e amore. Le immagini, come in un capolavoro, risultano ricercate quanto naturali, istintive. Sontuosi scorci in movimento di luce, corpi e paesaggi, lungi dall'appesantire, ci spronano ad inseguire i personaggi e i loro cuori spaventati e armati. Tutto scorre tra inquadrature preziose, piani sequenza di cui innamorarsi (lei dietro al muretto, col fratello sulla tomba...); scene che, soprattutto a causa del loro coefficiente di difficoltà, lasciano sbigottiti. A titolo d'esempio riporto: nel primo episodio, la festa di paese; nel secondo: la scena di sesso, una delle più belle che ricordi (ma quell'atto, l'unione tra quei due corpi guardinghi era già nell'aria e nei suoni di quella casa da ricostruire: la sega, la pialla, tra le nubi di pulviscolo un desiderio pronto ad esplodere); nel terzo: la festa elettronica deformata dal "viaggio". Tutte sequenze con cui parrebbe impossibile non scottarsi. Matanić, complici collaboratori evidentemente più che capaci (fotografia, montaggio), confeziona tutto con naturalezza, forza e poesia. Traduce in meravigliosa logica l'irrazionale che percorre i Balcani (l'uccisione o la scena subacquea).
Due protagonisti travolgenti, lei un'autentica "donna Polanski" (Marigrade dice Kiewslowski: insomma di quelle parti), lui il sosia europeo di Bale. Tihana Lazović è un corpo potente dalle labbra di promesse, Goran Marković è il ragazzo ferito da stringere e da cui farsi stritolare. Una coppia indimenticabile.
Sul piano estetico, quindi, materiale che non capita spesso nelle sale. Il punto è che anche la sceneggiatura è di ottima fattura. Tre episodi opprimenti e fulgidi, terribili e luminosi. Un trentennio visto attraverso tre racconti ambientati nello stesso ameno luogo di confine. 1991, l'ingenuità, ciò che rimane dell'innocenza squarciata, la rottura. 2001. Il caos sentimentale, frutto di un conflitto bellico fratricida, l'impeto di un contatto, di nuovo la distanza. 2011. Redenzione, varie elaborazioni del lutto, la speranza un po' incosciente di poter ricominciare. Idea interessante che diviene golosa nella scelta di utilizzare, nelle tre differenti storie, gli stessi attori. Perfetto.
D'altronde, la struttura a 3 episodi è risultata inevitabile. Non sarebbe stato ipotizzabile sopportare l'intensità profusa sullo schermo, in ciascun episodio, per un tempo superiore. Gli intermezzi musicali, con immagini di grande effetto e musiche che accompagnino o scuotano lo spettatore (l'immediato contrappunto alla fine del primo episodio mi rimarrà a lungo dentro), sono necessari allo stesso per riprendere il fiato. Rendiamo grazia al regista croato che pare accarezzare i proprio protagonisti senza mai spingerli al gesto fasullo e stonato, tanto caro al cinema che ci circonda (la sorella non apre bocca col fratello davanti a casa, nel primo episodio; il ragazzo non grida il nome dell'amata che non apre la porta a vetri, ma fa silenzio e si siede).
E' "Sole alto" che dovevo vedere.
(depa)

Nessun commento:

Posta un commento