2Pac Amaru on the Streets

Giovedì sera scorso si sono riuniti una seconda volta "Grimaldello", "Fronte Degrado" e "Ghetto People" (quest'ultimo ancora in veste diafana). Il risultato è stato la proiezione di "Alle eyez on me", pellicola biografica sulla figura del mitico rapper statunitense Tupac Shakur, a.k.a. 2Pac (1971-1996). Cresciuto tra le giuste rivendicazioni delle Black Panther (sua madre, Afeni, attivista delle "Panther 21" incarcerata, porterà avanti, vincente, sia la propria difesa, sia la gestazione del figlio), gli infuocati conflitti socio-razziali dei "ghetti" delle metropoli (Harlem, NY, e Los Angeles: ergo East & West Coast, leggi dopo) e quelli economici scoppiati tra le principali discografiche delle due coste americane. Il film, a quanto pare, ha coinvolto solo me, forse per la mia precoce passione per il rap (lo ammetto, "in camera" avevo gli "altri", Puff Duddy & Notorious B.I.G.); per i più, il biopic diretto da Benny Boom, 46enne di Filadelfia, qui alla terza "fatica", non rende assolutamente la complessità del leggendario rimatore di origini afroamericane, rimanendo su quella superficie che trascina al botteghino, ma senza dire troppo...

Nebbia tutt'attorno

Sabato triste, quello appena trascorso. Zena imbrattata di nero, tra carogne che brindano e boia che proteggono; ferita aperta da cui chissà che sgorgherà. Pieno di rabbia e interrogativi, mi dirigo verso gli "Amici del Cinema", verso una di quelle sale che, come spesso accade, sole sanno darmi il giusto respiro. In programma la sensibilità profonda e lo stile pulito di Max Ophüls che, con "Tutto finisce all'alba" (t.o. "Sans lendemain"), diresse nel 1939 una straordinaria Edwige Feuillère, qui nei panni d'una donna e madre affetta da un amore classicamente impossibile.

Tra guerra e nebbia

Anche venerdì scorso, Elena ed io, siamo riusciti a salvarci grazie al Cinema. Basta scegliere un film e puntare dritti alla sala, schivando bar e cumpe del quartiere (soprattutto nel ritornare a casa...). Dalle 18 in poi, sul nostro dispositivo si leggeva "h21, America", obiettivo: "Una questione privata", di Paolo e Vittorio Taviani. Non altro nel mirino perché il 'Rofum apprezza e segue da vicino la poetica dei due fratelli. Ciò nonostante, forse a causa di un'ambiziosa quanto azzardata trasposizione da carta a celluloide (si fa per dire), o del decennale problema di recitazione che infetta la scuola italiana, ma l'arte dei due registi toscani, lungi dall'innalzare la pellicola, rimane timorosa a terra, anch'essa appiattita sul racconto.

Sangue e Ciuccio

La notte del 31 ottobre, sì sa, meglio uscire. A stare in casa si rischia grosso. Così pure Elena ed io ci siamo arrampicati ai "Cappuccini", quasi del tutto ignari, però, che in programmazione fosse "Halloween", sottotitolo italiano: "La notte delle streghe", scritto, diretto e musicato da John Carpenter nel 1978. Terzo lavoro film del regista che vien dal Missouri, diventato un "cult" per cinefili mai cresciuti e un affarone per produttori mai sazi, in fin dei conti è un ottimo horror che rivelò la particolare dimestichezza di Carpenter con la materia cinematografica.

Gloria alle masse

Per il centenario della sbalorditiva Rivoluzione d'Ottobre sovietica, ieri sera, i ragazzi dell'"Altrove" hanno organizzato un bel "cine-concerto" in odor di bolscevismo. Serata cinematografica, che ha visto proiettare in pellicola "Ottobre" (sottotitolo: "I 10 giorni che sconvolsero il mondo", da John Reed) di Sergej Ėjzenštejn e Grigorij Aleksandrov, ma anche musicale, essendo stato il film del 1928 musicato dal vivo dal "Collettivo Wurtz". Grazie per l'ottima serata, fosse iniziata anche in orario, sarebbe stato ancora più piacevole godersi le note elettroniche distorte ad inseguire le immagini magistralmente orchestrate in Montaggio.

Hongollywood uatà

A volte va così. Tieni alla larga le TV per anni, poi passi in sala Valéry e scopri che, a mezzanotte, inizia un film cui non vuoi rinunciare. Né "puoi"? Beh dipende dall'obiettivo. Ad ogni modo, diamoglielo a Cesare: "Tele7Gold spigne cinema" (certamente anche materassi aerospaziali in promozione...). Ieri sera, per esempio, la volitiva emittente, dopo i soliti sproloqui calcistici in salsa padana, ha proposto quella che potrebbe definirsi una chicca: "Once a thief", del 1991, scritto e diretto da John Woo. Non vi si può rinunciare perché, per capire l'arte del regista cinese, è bene conoscere le opere che lo celebrarono in patria e resero noto internazionalmente. Per quanto riguarda il goloso dolcetto, il condizionale è esatto.

Compagnia bella

Nel secondo appuntamento con l'arte di Gian Maria Volonté, sempre all'"Altrove",  ieri sera è stata la volta di un ruolo più abituale nelle pellicole d'oltreoceano. Ciò nonostante, la bravura di Francesco Rosi, qui in grado di mescolare sapientemente documentario e gangster movie, ha fatto sì il "Lucky Luciano" (1973) impersonato dall'attore milanese non sfiguri dinanzi ai celebri criminali del grande schermo.

Giudica tu che giudico io

All'"Altrove" ancora Gian Maria Volonté. Colui che trasformava in celluloide dorata tutto ciò che. Questa volta al servizio di Damiano Damiani, nel 1977 il grande attore impersonò un brigadiere stanco, segnato da una professione che sfrutta come manichini per gli interessi dei soliti. Girato in quegli anni roventi, "Io ho paura" oltre al coraggio del protagonista dimostra quella degli autori.

Liberi di essere

Puvioli riferisce di un cileno, sfuggitomi, nelle sale.  Quindi, abbandonati USA e GBR, trascino pure Elena all'"Ariston". Anche perché il regista del film in programmazione già mi convinse, colla precedente opera, dove fu una piccola ma gloriosa riappropriazione di sé, realizzata da una donna normale a tutti gli effetti. Tre anni dopo, l'argentincileno Sebastián Lelio ritorna su di una ben più difficoltosa ma tenace conquista individuale. Marina è "Una donna fantastica" come tante, braccata e umiliata, ma sempre in piedi. Anche coloro che la circondano, purtroppo, sono molti...

Cuore vuoto e buio

Vediamo un po' che c'è nelle sale..."Nico, 1988", un film che narra degli ultimi anni di Christa Päffgen, "la bionda dei Velvet". Ci può stare, vado in avanscoperta (un manipolo di soddisfatti ringrazierà). E, in effetti, l'ultimo film di Susanna Nicchiarelli, romana classe '75, ha l'efficacia di una fugace e tagliente scheggia di vita. Gli ultimi frammenti di Nico prima dello schianto, narrati senza inutili pietismi, ma con una carezza, quella sì, alla bambina cresciuta troppo in fretta tra bombardamenti, militari prima e lisergici poi, e col solito biglietto solo andata per la celebrità. Il ritorno alla terra è a piotte.

Sotto le coperte tutto

Dopo lo stop estivo, le pellicole dei ragazzi dell'"Altrove" sono ripartite copiose con la rassegna "a volonté - Gian Maria Volonté, l'attore", dedicata al mitico attore milanese. Perso il primo appuntamento, Elena ed io non ci siamo permessi di ripetere lo sgarro. "A ciascuno il suo" (1967), liberamente tratto da Sciascia, è un giallo rosanero (...) d'autore, raffigurante il pasticcio tutto italiano di corruzione ed omertà, dove gli ingredienti si mischiano sino a scordarne la provenienza. Stato, chiesa e mafia non hanno certo sparso valori alti in giro per lo Stivale. Il risultato è questo intrico di interessi (privati, privatissimi sono!), dove la verità si perde. E muore.

I nuovi credenti

Per il quinto (per noi) e ultimo (per tutti) appuntamento col Festival del Nuovo Cinema Europeo, edizione 2017, nell'accogliente sala del Palazzo Fattinati-Cambiaso, sede dell'"Altrove", sono presenti: Elena, Marigrade, il Prof. Sini ed io. In programma "Il migrante", pellicola austriaca scritta e diretta da Arman Tajmir Riahi, iraniano classe 1981, che nell'83 fuggì con famiglia oltre il Brennero. La sua posizione di immigrato (seppur di vecchia data, ma sappiamo quanto valga per i "puri" autoctoni d'ogni dove), in un quartiere popolare multirazziale di Vienna,  gli ha permesso di preparare un film semplice e leggero nella confezione, ma dal contenuto fondamentale: l'infame complicità dei media, da sempre strumento del potere, coi più bassi istinti egoistici, nell'allestimento del macabro teatrino dell'Intolleranza.

Las copas de la vida

Quarto nostro appuntamento ("nostro" nel senso del Cinerofum, qui rappresentato, figuratevi un po'!, da Marigrade e me) col Nuovo Cinema Europeo. Ancora Spagna, più precisamente Catalogna. "La pols" ("La polvere" in catalano, o "La cenere"), come raccontato dalla delicata, forse un po' insipida, curatrice del Festival, è l'opera prima del drammaturgo classe 1981 Llàtzer Garcia. Il film è proprio la trasposizione dal palco al grande schermo di un lavoro dell'autore di Girona. Nel sentir dire ciò, Marigrade si spaventa un po'. E' vero che il rischio di scivoloni, per eccessi intellettualistici o, al contrario, per strafalcioni semplicistici, nelle verbose pellicole da camera è particolarmente elevato. Ma se gli autori stanno "all'occhio", come in questo caso, il risultato è quasi sempre gratificante.

Le bagasce, il trans e la mocciosa

Il terzo appuntamento coll'"FNCE", cioè il cinema degli esordienti europei, ospitato anche quest'anno all'"Altrove", ha portato in sala la pellicola spagnola "La porta aperta", del 2016, diretta dall'argentina classe '69 Marina Seresesky. Commedia di estrema delicatezza e ironia, accentuate da un humour nero tutto ispanico che fa sorridere e pesare meno il tempo che corre, ha dalla sua tutto il necessaire: scrittura, interpretazioni e regia. Fosse stato in concorso avrebbe vinto: non lo dico io (malpensanti), ma le reazioni del pubblico a fine visione.

X che esce e colpisce

Domenica sera, in piazza Senarega, si sono incrociati i flussi: "Ghetto People", "Fronte Degrado" e "Grimaldello", tutti uniti in nome della socialità, della condivisione di storie ed esperienze, della riappropriazione degli spazi da parte di tutti. Alcuni ragazzi fanno una proposta, altri ragazzi veloci la raccolgono. I temi di razzismo ed integrazione, alla ribalta in questa fase storica, hanno portato sul telo bianco "Malcolm X" di Spike Lee, pellicola del 1992 basata sull'autobiografia dell'attivista afroamericano. Luci ed ombre, inevitabile dove i rapporti tra esseri umani nascono, crescono e si consumano nel terreno putrido (quanto a valori) e fertile (quanto a money) del più bieco razzismo.

Non postate quella sauna

Al nostro secondo appuntamento con Festival Nuovo del Cinema Europeo che, lo ricordo anche a me, è dedicato ai giovani registi emergenti europei, molti dei quali alla loro opera prima, nella seconda serata di mercoledì scorso, è stata la volta di "Lomo" (sottotitolo "The Language of Many Others"). Pellicola tedesca diretta da Julia Langhof, berlinese mia coetanea (19##), è un apprezzabile tentativo di addentrarsi nel contorto e vano mondo delle nuove comunicazioni, come chat, blog, messaggerie et similia. Tecnologie invadenti che vanno a plasmare (corrompere?) i rapporti interpersonali, i codici sociali...nonché quelli penali.

I disturbi degli altri

Questa settimana a Genova è ritornato il Festival del Cinema Europeo ("FCE" riporta lo stiloso ma inutile volantino, dove capire cosa e dove proiettano sarebbe degna sfida per Kasparov). Il Cinerofum si presenta compatto all'"Altrove" (non un esercito, una piccola banda, anzi, la solita: Elena, Marigrade ed io). Il nostro primo film è stato "David" diretto dal ceco classe 1982 Jan Tèsitel, all'esordio in regia. Pellicola sulle malattie neurologiche, in particolare di un ragazzo: è dura in casa, può essere durissima fuori, la vita di queste persone ha bisogno di essere.

A calci nel deserto

Avanti col secondo appuntamento con il "Retroscena" cinematografico ideato dal "Fronte Degrado". La prima parte della rassegna è intitolata: "Colonialismo, civilizzazione: l'imperialismo ai primi del '900". Il film proiettato domenica sera sulla chiesa di San Luca è stato "Il leone del deserto", del 1981, per la regia del siriano "americanizzato" Mustafa Akkad. C'è chi dice che non sia anticolonialista; però insomma, tra la durezza delle immagini dei ripetuti e pretenziosi massacri di cui l'Esercito Italiano si è reso colpevole e il semplice fatto che sia stato tenuto sotto censura per quasi trent'anni (quale lesione a quale onore?) suggeriscono un giudizio meno tranciante su questo film. Cast roboante per un film che grida contro gli oppressori.

Massacriamoci un po'

Ed infine pure Christopher Nolan è finito su Il Cinerofum. Il regista britannico reso celebre dai suoi action movie ad alto tasso d'introspezione, quest'anno ha celebrato la ritirata dalla spiaggia di Dunkerque (27/05-04/6 1940) con un racconto dove a parlare sono solo, o quasi, le esplosioni, messaggere insindacabili d'idiozia e morte: cioè degli elementi che, assieme a terra, mare e cielo, hanno plasmato l'orrore di "Dunkirk".

Pruriti senza età

Ieri sera Elena ed io a misurare l'ultimo film della figlia d'arte Sofia Coppola. Vincitore del premio per la migliore regia al Festival di Cannes 2017, "L'inganno" mostra la cura della regista statunitense riposta nell'effetto visivo, con costumi e scenografia dell'epoca della guerra secessione americana perfetti, con giochi di luce e ombra ben incorniciati da inquadrature merlettate. Può bastare? Forse sì, per un premio di questo tipo sicuramente (non ho conosciuto gli avversari); ma non solo. Senza voler essere troppo severi, se la Coppola continua a pigiare sugli stessi tasti (pulsioni latenti, istinti repressi su uno scenario bello sino all'alienante), è perché il suo cinema piace. Ed in effetti poteva andare peggio...

Epopea di Sfruttamento

Domenica sera scorsa, i caruggi della zona in cui Fronte Degrado osserva da vicino l'evoluzione presa dall'integrazione nel quartiere, hanno riflesso cinema alto. Il marmo bianco della chiesa di San Luca, finalmente, ha sostenuto uno "straccio di cultura" (mentre il portone verde avverte i fedeli dei quartieri senza raggi: "sostate qui a vostro pericolo"...giuro). Nella rassegna "Retroscena", con capitoli dedicati a Colonizzazione, Imperialismo di ieri e di oggi e alle loro logiche conseguenze sul mondo del lavoro, il primo film è stato un algerino di 3 ore vincitore della Palma d'Oro 1975 in lingua originale sottotitolato in inglese...detta così suona come un innovativo strumento di tortura (sarei ben contento di applicarlo a divise e pennacchi). Invece "Cronaca degli anni di brace", scritto, diretto e interpretato dal regista classe 1934 Mohammed Lakhdar-Hamina, lungi dall'essere un dolcetto leggero, ha però la solidità e la bellezza dell'opera profondamente curata. L'epopea degli anni '40 algerini si spande lentamente, in un crescendo di rabbia, su tutto il telo bianco...

Io Giudico Ipocrita...

Al cinema un film ceco. Mandi Marigrade in avanscoperta e questa da l'ok. Ad Elena e me non resta che andare al "City" e riempire il nostro venerdì con "The Teacher", pellicola del 2016, diretta dal cinquantenne praghese Jan Hřebejk e narrante di una professoressa che ben si adattò ai suoi tempi, comprendendo che, più che l'acclamata società equa e giusta, quella attorno non fosse altro che la solita prevaricatrice, egoista e infingarda accolita di individui: tutta da sfruttare.

Rak conta la cenere

Voci di Venezia portano dell'ultimo film d'animazione di Alessandro Rak, il regista partenopeo che quattro anni fa mi inchiodò in una sala milanese, emozionandomi sino a commuovermi con un'esperienza profonda che ancor oggi fa vibrare la pelle (fu "il mio Leone d'Oro 2013", ricordate?). Mobilito e mi precipito: Elena e Sini con me al "Corallo" di Carignano a vedere "Gatta Cenerentola", l'ultima opera del regista, diretta assieme ad altre sei mani, tutte napoletane, più o meno coetanee: Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone (del gruppo folk-rock "Foja"). Senza raggiungere, a parer mio, i picchi emotivi toccati dal precedente, questo racconto continua a rimandare con intensità ed affetto ad una Napoli scalpitante, rabbiosa, incatenata ma sempre pronta a salpare; per poi tornare e attraccare, più ricca e viva.

Pio ruba vita

Andate a vedere "A Ciambra". Recuperate, nelle dimenticate sale cinematografiche dello Stivale che lo propongono con tenacia, questo piccolo grande film diretto, ancora una volta, da un italo-americano. Jonas Carpignano, newyorkese de Roma classe 1984, non ha creato certo nulla di nuovo, ma la sua opera seconda ha intensità e bellezza tali da emergere nel putrido scenario del cinema massificato.

Radu goes to Hollywood

Ci sono cascato. Leggo Radu Mihaileanu e mi fido, scarto tutto il resto (incredibilmente le alternative erano due italiani). Come saprete, Il Cinerofum diffida dei trailer e non essendo nemmeno caduto l'occhio sulla produzione (Francia, Canada, USA) e ignorando la "naturalizzazione" (?) del regista, così come il soggetto del film (tratto da chissà quale straordinario best-seller), insomma è stato facile inciampare in questo "La storia dell'amore" (oddio, pure il titolo), che dei languidi, sporchi e vivi colori dell'Est europeo ha ben poco, mentre è carica di lucidi grattacieli newyorkesi, eleganti appartamenti borghesi, cellulari e account fb. Ma non si tratta solo di ambientazione, magari. Questo film è puro e freddo investimento hollywoodiano. Con buona pace dell'autore...e dell'Amore.

Dalla e ti sarà dato

Dopo un agosto disastroso sul piano cinematografico, ma elettrizzante su quello umano, eccoci nuovamente, Elena ed io, chi se no?, in sala Valéry. Dopo 7 anni, per l'occasione abbiamo re-invitato l'icona più gloriosa della regia della Vecchia Hollywood: John Ford. Contrariamente alle sensazioni in sala e alle mie supposizioni (che gli amici "fordisti" del Cineclub Lumière avrebbero sputato per terra vedendo il loro presentato tramite film non western, né così "duro"), a quanto pare "Un uomo tranquillo", pellicola del 1952, oltre ad un Oscar alla regia, ha riscosso nel tempo parecchio successo. Il Cinerofum rispetta i grandi autori, gli analoghi critici e persino se stesso: non il film che ricorderemo.

Punk the System!

L'estate è stata punk. E anarchica. "I muri dei Caruggi..." parlano chiaro. Dopo aver mancato, Elena ed io in una stanca domenica, Piazza della Stampa dov'era in corso "La storia del Punk" del "Fronte Degrado", la settimana scorsa ho tentato di recuperare "The great rock'n'rolls swindle". Documentario del 1980 diretto dal londinese Julien Temple incentrato sui mitici Sex Pistols, è stato gustato in sala Valéry proprio come una grande beffa, giusta sberla (uno sputo, scaracchiata, fuck!) contro chi continua a recitare illudendosi di vivere. Detto ciò, questa è la versione di Malcolm McLaren, quella del Deus (il produttore sta riesumando, con sé, bestemmie d'altri tempi, I know) ex machina, come ideatore dello smacco maggiore che il punk giocò alle major discografiche (la truffa del titolo). Tutto vero o no, la storica pietra fu scagliata e tante altre, ognuna con proprio slancio e direzione, colpirono duro.

Stato organizzato

Due settimane fa, perdonate il ritardo, ma sapete, con alle giornate d'estate s'accompagna la pigrizia delle cicale; dicevo, due settimane fa ho invitato in sala Valéry un regista che il Cinerofum attendeva da anni. Prego, s'alzino tutti ("Me, myself & I"): signore e sigh...Giovanni Battista Loy, Nanni per tutti, cagliaritano del '25 (9). Il film di cui scrivo qui ci parla di un  regista ironico e sensibile, attento agli strati bassi, come a quelli alti, della società; per mettere in luce, evitando i più semplici quindi sterili nessi di causa ed effetto, le zone d'ombra di un sistema inadeguato. "Detenuto in attesa di giudizio", del 1971, mostra l'aberrazione di quelli giudiziario e, prevalentemente, penitenziario, mostrata in tutta la sua crudele assurdità. Roba tosta, bruttura dinanzi al quale, pure il gioviale ed esplosivo A. Sordi si fa piccolo, cupo, terrorizzato.

Prendi i soldi e crepa

Una decina di giorni fa, in sala Valéry è passato Robert Bresson, col suo cinema dalle passioni sotterranee, dagli sguardi fissi verso un orizzonte lontano, solitario ed, ahimé, ineludibile. "Diario di un ladro" (t.o. "Pickpocket"), del 1959, racconta della solitudine metropolitana, incatenata all'argent ed alle sue strutture, incapace di essere risolta da un autentico sentire comune.

100 modi per

E via, si parte con questo mese di cinema giornaliero. Ancora con le retine appoggiate tra il verde e l'azzurro del Galles, resto a chiacchierare con Peter Greenaway. Nel 1988, il teorico e creativo autore cinematografico realizzò un film marcato a fuoco col suo stile, con la sua poetica, con la sua visione: "Giochi nell'acqua" (t.o. "Drowning by numbers") ha lo scherzo sfrontato, l'immagine ricercata (pittorica) e il terrore per la donna....

Art Decòmp

Dopo i saliscendi per le Orobie e il Tour estivo ed amichevole tra le isole del nord ovest, avevo proprio bisogno di ricompormi. E invece, ecco qui la sinfonia alla decomposizione che il regista gallese (toh! un saluto ai ragazzi eleganti e sfasciati di Llanilltud Fawr) Peter Greenaway, scrisse e diresse nel 1985: "Lo zoo di Venere"  (t.o. "A zed & two noughts") è un altro dei suoi caleidoscopi audiovisivi, tra feticismo della materia (carne e altro) e piacere del riprodursi.

Dura l'avventura...

Dando seguito alle buone impressioni di Juri e ai commenti entusiasti di qualche mio e suo amico (cosa che, nessuno se ne dolerà, mi guarderò bene dal ripetere), sono entrato nella sala 1 del "Sivori". In programmazione, nel cartellone estivo ormai sbiadito, c'è "Civiltà perduta" (2016) di James Gray, in cui il 'Rofum s'imbatté quattro anni fa per uno sterile sbarco ad Ellis Island. Stessa impostazione, che faccia dormire sonni tranquilli (dopotutto ci sono stati grandi uomini al servizio del progresso!) e luccicare gli occhi alle persone "più" sensibili. I pionieri dell'esplorazione coi loro intimi, scontati, travagli e manie di grandezza, per un film dall'ispirazione di plexiglas.

Morte e dintorni

Due giorni fa, in occasione del quarantesimo del vecchio Jachi (auguri scatenato!), ho portato avanti l'ubriacatura a base di Roger Corman. Il venerando regista s'è presentato in sala Valéry con un libro del maestro letterario dell'orrore, Edgar Allan Poe of course. Il racconto è cominciato, la rappresentazione ha preso forma: "I racconti del terrore" (1962) è un classico con tutti gli elementi necessari, compreso Vincent Price.

"Nutrimi!"

Volendo assaggiare ancora un sorso del "Rosso Corman" che ci venne offerto mesi fa da Max e i "suoi" dell'"Altrove", ieri sera ho stappato "La piccola bottega degli orrori", prodotto e imbottigliato da Roger Corman nel 1960. Nettare leggero, un giochino a basso costo, a ricordare che, almeno un tempo, il cinema lo facevano gli artigiani, senza fronzoli, con molta inventiva e praticità e, soprattutto, ironia. 

"Cristo senza Cristo", right?

Affascinato dai racconti, spesso altrui rielaborati, che John Huston ha portato in sala Valéry, pure lunedì sera mi sono abbandonato dinanzi ai suoi sigaro e cappello da cowboy, oscillanti come soltanto una rocking chair americana...Anche "La saggezza del sangue" (t.o. "Wise blood"), tratto nel 1979 da Mary Flannery O'Connor (del 1952), è un intenso viaggio, con andamento joyciano, tra la sterpaglia religiosa che accarezza e graffia i meno saldi...

"Lo sospettetti!"

Ieri sera, il terzo appuntamento colla rassegna "Boom", presso il piccolo (e affollatissimo!) chiostro della Maddalena, dedicata alle commedie di Dino Risi, vivaci scorci rivelanti luci ed ombre della rinascita economica del nostro famigerato Bel Paese, ha previsto "In nome del popolo italiano", del 1971. A giudicare dalla risate, il grado di soddisfazione è stato alto. Attenzione però, dopo un percorso di tragicomiche che tirano su il morale, il finale è di quelli amari, con ben poche speranze per una nazione (sigh) che non sa manco da che parte è girata...

Anotha Pulp Bunker

Domenica under re-construction, Mino propone, il soggetto sa di Pulp, perciò Elena, Marigrade ed io ci presentiamo al "Sivori" ore 19:00. L'affermato sceneggiatore Paul Schrader, ancora una volta dopo aver trasposto Ellis nel 2013, si pone dietro la m.d.p. a orchestrare il racconto di altri. In questo caso dallo sfrontato Edward Bunker e dal suo pazzoide "Cane mangia cane" (romanzo del 1996), l'autore della "New Hollywood" estrae una storia già sentita e risentita, forse un po' meno vista...

Far Far West d'America

Proseguendo la chiacchierata con John Huston, ieri sera Elena ed io abbiamo fatto la conoscenza di una delle figure cinematografiche più ambigue: intimamente statunitense, il giudice Roy Bean, rappresenta l'ancien régime del west americano, già lontano sul finire del XIX secolo, ma sempre orgoglioso, rude e pronto a dar battaglia. "L'uomo dai sette capestri" (t.o. "The Life and Times of Judge Roy Bean", 1972).

"Wine and roses"

Ieri pomeriggio, appena giunto a casa, invero su invito del buon Sergio (che ringrazio per gli ottimi spunti), ho accolto John Huston in sala Valéry. Più che fiducioso, sicuro, sono stato a guardare e ad ascoltare questo scafato regista nato a Nevada nel 1906 (-1987). L'ora e mezza passate assieme rimarranno come qualcosa di intimo, nostro, unico. Il suo racconto di Billy Tully, uno dei tanti "grandi", sfiora e morde, tra gli spartiti di un'amara melodia vitale: "Città amara" (1972, t.o. "Fat city").

Bela katzaten

Ecco. Nemmeno s'è finito di pronunciare il buon proposito, che già s'infrange. Anche colpa dell'archivio di Sergio, questa volta, e di una proposta che non sta in piedi. Un DVD accosta arditamente due film del regista tedesco Tom Tykwer: quel racconto, datato 1998, di una Lola berlinese con energia da vendere, a questo "Heaven", di quattro anni più giovane, basato su una sceneggiatura del compianto Kieślowski e...inesorabilmente perso...non nel "caso", tanto caro all'autore polacco, ma nel caos tutto italo-tedesco di una produzione che si doveva evitare.

"Mi rificco?"

Quelli del "Laboratorio Probabile Bellamy" ne inventano più del diavolo. Altrimenti come potrebbero aver ideato il cine-trasloco dall'"Altrove" al piccolo chiostro della "Casa della Maddalena" (dove non mettevo piede da circa venticinque anni)? L'estate sempre più inaffrontabile aiuta, certo. Ma come la mettiamo, allora, riguardo alla scelta di proiettare, "rigorosamente in pellicola", quattro meravigliosi film di Dino Risi? Eh, i ragazzi ci san fare... Via, si parte, prima serata della rassegna "Boom": "Una vita difficile", del 1961, è il racconto di un'Italia orgogliosa e pigra, volitiva e scanzonata. Pronta a tutto, anzi, a nulla.

Il glorioso rifiuto dei José

Il luglio del Cinerofum comincia con un impegno: senza distrazioni lungo il cinema che fu. A questo scopo, sabato mattina, di buon mattino ho scorso un po' di classici del mio archivio Terone. L'occhio è caduto sulla cartella "Pontecorvo Gillo", scoprendovi al suo interno il "Queimada" che inseguivo da un po'. Pellicola del 1969 non è soltanto un film contro il colonialismo, semmai è contro ogni genere di prevaricazione (peggio se a fin di lucro). Amaramente, più che un inno alla Libertà, diventa inno alla Storia, lunga narrazione di massacri ben presto dimenticati.

"Fisse e dilatate"

Dove lo trovi un quartiere in cui, camminando tra caruggi e bui passaggi, ci si possa imbattere in una proposta cinematografica, così, prêt-à-prendre, via, da vedere a casa. Magari in sala Valéry, come ieri sera, dove Elena ed io ne abbiamo viste di belle (o di orride, dipende) per colpa di Michael Crichton, "incontrato" nel tunnel della Balaclava. Scrittore in primis, con romanzi thriller-scientifici celeberrimi, regista per il conseguente desiderio d'un altro mezzo narrativo, l'autore di Chicago, classe 1942, ha dalla sua la forza dell'intreccio, ciò vuol dire ritmo, ciò vuol dire emozione, che vanno a scuotere gli spettatori, soddisfatti di aver pagato il biglietto. "Coma profondo", del 1978, secondo film del regista, appresso al canovaccio vincente, propone un cast di giovani promettenti e immagini di grande effetto.

Ritrovarsi per l'addio

Altro Fritz Lang, anzi, l'ultimo. Ma no, che avete capito?! "Il diabolico dottor Mabuse", del 1960, fu il lavoro finale del fondamentale regista austriaco. Dopo quasi trent'anni dalla sua seconda ed ultima apparizione (periodo coincidente col lungo esilio dell'autore dalla terra natia), fece ritorno sui grandi schermi uno dei primissimi signori del male, il Mabuse, scienziato con enormi disturbi emotivi, dedito all'onnipotenza: ardua la sua cattura, dati i poteri paranormali e l'inventiva degna degli assistenti dell'agente segreto inglese ben più rinomato. Ma Lang l'ha acchiappato e fermato su questa preziosa pellicola, che in sala Valéry ha tenuto Elena e me svegli coi trucchi e i misteri della grande narrazione di spionaggio.

Murder & Revenge!

E domenica mattina, sempre in sala Valéry, è stata la volta di un Fritz Lang anomalo. Per l'ambientazione, il mitico e violento Far West, non certo per la disinvoltura mostrata dal regista austriaco nell'allestire (in studio) un racconto così avvincente. "Rancho Notorious", del 1952, è una lunga e faticosa vendetta in technicolor vivace, dove il carisma di Marlene Dietrich, tra leggenda e tempo che passa, si delinea ancor più marcato.

Controllo luce

Fine settimana Fritz Lang. In sala Valéry, venerdì scorso, è stato proiettato un altro lavoro del regista austriaco (nella versione francese, fornita ancora una volta dal prezioso archivio di Sergio). "Il testamento del dottor Mabuse", del 1933, è il secondo capitolo della saga dello scienziato pazzo che volle controllare il mondo, a pochi attimi dal Reichstag...

Welcome to (our) Hell

Ci andai vicino. Quasi indovinata la conclusione dell'avvincente rassegna anticlericale organizzata dai ragazzi della "Ferrer". Nessun ecclesiastico dilaniato, ma Satana in persona a minacciare l'intero creato. "Il signore del male" fu evocato nel 1987 da John Carpenter e alcuni suoi amici, tra cui i sopravvissuti a quel gran casino di Little China, Alice Cooper (che qui interpreta "street schizo", cioè se stesso) e una masnada di zombificati. Il risultato è un countdown electro-demoniaco che non annoia.

Maledette

Il giugno 2017 verrà ricordato come il mese di Fritz Lang. In sala Valéry, ieri sera, un'altra perla "prodotta e diretta" dal regista austriaco nel 1945, nel suo lungo periodo hollywoodiano: "La strada scarlatta" comincia come un gioco a tre e conduce alla disfatta di tutti. La malafemmina, il magnaccia e lo stupido...ma, come in ogni grande opera, i personaggi hanno contorni sfumati e su tutti incombe la società del consumo e dell'apparenza.

Il Boia ci molla

L'"Altrove" si ferma, altrove si va. Ci pensiamo Elena ed io, col prezioso contributo della Sala Valéry e dell'Archivio Sergio, a portare avanti la bandiera del noir. Più precisamente, lo stemma di Fritz Lang (aquila nera con monocolo), il quale nel 1943, assieme a "Bert" Brecht, scrisse una pellicola emozionante, dato il tema caldissimo (soprattutto per l'epoca) e la messa in scena, asciutta e potente, con un goccio di retorica, ma tanto silenzio per riflettere. "Anche i boia muoiono" è l'ingranaggio demoniaco delle occupazioni e il meccanismo eroico delle resistenze.

Ecce Familia

Nemmeno sabato scorso le sirene musicali ed alcoliche sono riuscite a trattenerci. Elena ed io al "City" dov'è la proposta, di qualche settimana, di Mino; idea da lui stesso rinnegata, post-visione, mentre Juri la considera tra le migliori della passata stagione. "Sieranevada", scritto e diretto dal romeno Cristi Puiu nel 2016, è il punto d'osservazione ideale per l'ennesima Famiglia che non lo è (come tutto là fuori).