Un giorno tutto questo...

Questa volta, un po' l'accenno di Marigrade (sempre prezioso), un po' l'invito di Sa' (poi auto-paccatasi), siamo Elena ed io ad imbarcare Mino verso i Cappuccini. Lì in programma è "Victoria", pellicola tedesca del 2015, diretta da Sebastian Schipper, classe 1968, dove un lungo e splendido piano sequenza ci racconta di un rush notturno che è tutta una vita.

Faible littérature

Marigrade suggerisce, il Prof. Sini avalla. Ad Elena e me non resta che incamminarci all'Ariston, dove è in programma "Elle", l'ultimo lavoro dell'olandese classe '38 Paul Verhoeven. Pubblicheremo questa recensione soltanto dopo che la già citata cinefila avrà guardato con occhio, perché è giusto che chi sbaglia paghi. Sit-com a sfondo sessuale, perverso, è la panacea (facciamo panaché) per tutti gli ultra sessantenni, anzi, per quelli tra loro che non cercano affatto novità e sorpresa, quanto un brivido inguinale dal sapor che fu.

Scrauso è bello

Dando seguito ad una segnalazione del buon Mino e, diciamolo, imbarcati da un'email che più astuta non si poteva (siamo già in area subdola), venerdì scorso Elena ed io siamo montati sul 18 alla volta degli "Amici del Cinema" (lo sponsor era in "papero", lui...). Tutti e sei gli occhi puntati su "Mister Universo", diretto a quattro mani da Tizza Covi e Rainer Frimmel (bolzanina la prima, viennese il secondo, entrambi classe '71). Pomposamente segnalato come "un film che esce dagli schemi", non è altro che un buon film a budget nullo, caratterizzato da una scrittura decente e, non che fregasse agli autori, da interpretazioni senza pretese.

Vuoto di pena e morte

Infine si concluse la rassegna dedicata ai documentari firmati Werner Herzog. All'"Altrove", dove ieri sera m'ha accompagnato pure Elena (dovresti esserne orgoglioso Werner), hanno proiettato "Into the abyss" (2011), che, come presumibile, partendo dall'istituzione della pena di morte, ci porta nel buio più profondo degli Stati Uniti, dove la comunità è un puntino lontanissimo.

Benedetto te e ciò che ti doveva capitare

Domenica di sole. La Ele mugugna: vuole uscire, poi no, ma forse, tsz tsz. Zippino si unisce, ma poi diserta, proprio sul più bello. Bah. Andateli a capire, quei due! Come si fa a non gioire dinanzi alla comicità d'autore che Luciano Salce e Lino Banfi, nel 1981, portarono sullo schermo? "Vieni avanti cretino" è una perla rara, dove l'attenzione degli autori per i dettagli contribuisce attivamente alla riuscita di sketch ormai, meritatamente, leggendari.

Tim era un grande

"Tutto quello che c'è da dire è questo: io vi ho preso parte". Così s'intitola la rassegna che i ragazzi dell'"Altrove" hanno dedicato alla produzione documentaristica del regista bavarese Werner Herzog. A "Grizzly Man" (2005), proiettato ieri, in seconda serata, il termine documentario naturalistico va piuttosto stretto. Se all'inizio pare proprio quello, mano a mano che si avanza nella conoscenza del protagonista e, soprattutto, delle sue insicurezze, questo racconto dolceamaro diventa, nonostante la sua apparente consapevolezza, autentico romanzo dell'individuo smarrito.

Fuoco sui Camelot

Qualche settimana fa mi sono diretto in qualche cinema per l'ultimo di Pablo Larraìn. Il regista cileno ci ha raccontato di Jacqueline Kennedy Onassis, detta "Jackie", i suoi ricordi del "prima", "durante" e del "dopo" il 21 novembre scosse maggiormente la sua vita. Piacevolmente patinato, nel suo lungo e frammentato primo piano, intramezzato ora con garbo ora con impeto da suggestivi mokumentary*, la pellicola è un'ottima ricostruzione da salotto.

Senza pudore

Sala Valéry tosta. Ieri sera ha picchiato duro. Elio Petri, nel 1976, colpì senza paura. "Todo modo", liberamente (quanto?) tratto dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, uscito due anni prima, allestisce in chiave grottesca tutta la farsa del potere democristiano che, dal dopo guerra, inesorabilmente ha divorato la classe politica italiana. Non solo DC e non solo Italia, certo, ma nel paese della Santa Madre Chiesa la malattia, tutt'ora in corso, ha virulenza tutta particolare.

I sogni son mongolfiere

Sempre "Altrove", ancora "Lunedì", un'altra volta Werner Herzog, di nuovo coi suoi documentari. Racconti che partono dal rapporto Uomo-Natura, attraverso percorsi ora romantici, ore metafisici. L'uomo e i suoi limiti, spesso coincidenti proprio con il territorio sacro di Madre Natura, protettrice affettuosa e docente severa. Ne "Il diamante bianco", del 2004, il sogno è quello del volo...

Rubare è rivoluzionario

L'altroieri sera i ragazzi del "Grimaldello" di Via della Maddalena hanno organizzato la proiezione di un documentario su una figura tutto da scoprire: "Lucio", del 2007, diretto da Aitor Arregi e J.M. Goenaga, ripercorre la vita del navarro Lucio Urtubia (Cascante, 1931), nato povero e dalla vita educato ben presto alla ribellione contro ogni istituzione (poiché marcia e infingarda, quali chiesa, stato-dittatura, banche). "Anarchico, rapinatore, falsario e, soprattutto, muratore" recita il sottotitolo. Senza uccidere e distruggere, se non la violenza dei padroni, ma costruendo, edificando, la clandestinità, la rivolta, il diferénte porvenir.

La serietà dei bambini

All'"Altrove" imperversa Werner Herzog. Il regista tedesco, nel 1993, compì una delle sue escursioni documentaristiche, quella volta in Siberia e dintorni, dove raccolse testimonianze a proposito di "Fede e superstizione in Russia". "Rintocchi dal profondo", ancora una volta, è un documentario che parla del serissimo gioco di bambini ormai cresciuti, che è la fede religiosa. Superstizione è la parola presuntuosamente utilizzata da chi detiene il potere, ma è ben difficile separare le due cose. Detto ciò, ad ognuno la propria spiritualità.

Vergogna e disonore!

Dovevamo essere proprio cotti quella notte. Nel loculo di via Gramsci, già dimora del buon Baracca, certo il sonno ci sopraffece per cause altre (e alte). Sì perché ieri sera, in sala Valéry, "Il maestro di Vigevano", film di Elio Petri del 1963, ha tenuto lo schermo per tutta la durata, con ironia e profondità. Ingredienti che, passati all'arte di Alberto Sordi, esplodono in un personaggio di grande drammaticità.

Alieni Inalieniabili

L'ultimo documentario di Werner Herzog visto recentemente (quello sui vulcani dai!) mi ha ricordato lo sconforto provato nel vedere quante energia vada persa in una spiritualità spesa male o, al di là di ogni soggettivismo, che si concretizzi. Ciò mi accadde con forza nel 2012 quando vidi, allo Spazio Oberdan milanese (ho un mancamento..."Oberdan"! Dove sei?), "Kalachakra - La ruota del tempo", documentario del 2003, in cui il sommo regista tedesco ci raccontò dell'ennesima follia collettiva. E cos'è più illogico di migliaia di disperati che percorrono non so quanti km sulle ginocchia per giungere sull'ennesima montagna sacra?

Su per il dolore

Salta un cinema, se ne fa un altro. La Ele va a seguire un corso di cucina? Ad ognuno il suo. Come un topo ballerino, rovisto nel tunnel scavato nello zoccolo della Sala Valéry, scovando l'imperdibile. Secondo episodio della Trilogia dedicata alla Guerra Antifascista realizzata da Roberto Rossellini, "Paisà", del 1946, è un affresco multiforme che copre tutto lo strazio di una terra incancrenita dalla guerra.

Vulcano batte il ferro

Dai che coi ragazzi dell'"Altrove" si va verso la Primavera. Riposta nell'armadio la vestaglia di celluloide, la Cineteca Griffith si tinge di digitale sfavillante: "Into the Inferno" è un documentario di Werner Herzog del 2016 che né Mino, né io (entrambi, in varie misure estimatori del documentarista tedesco) porremo tra i ricordi. I Vulcani, guardiani scorbutici ma fidati di Madre Natura, ghignanti di fronte a noi microbi col folle tarlo della fede, scalpitanti di fronte a tanta ingratitudine, rievocati da Herzog in maniera libera, senza porre molti limiti al discorso...

Sir James, gradisce un?

Ieri sera in sala Valéry Elena ed io ci siamo imbattuti nell'agente segreto più celebre. Ladies & gentleman, sir James Bond, "007" per gli amici (pochi) e i nemici (di più). Personaggio cinematografico dal fascino via via decaduto (rimproverarlo, dopo oltre 50 anni?), in "Si vive solo due volte", del 1967, si avvalse della faccia da schiaffi di Sean Connery, la sola capace, a mio avviso (ma qui ci si sta avvicinando al bancone del bar), di condensare ironia, sfrontatezza e sex appeal, alla maniera che conosciamo e che esigiamo da Bond, James Bond; d'altronde l'intreccio è quel che l'è...ma a chi interessa?

Il vero sballo è dire

I tossici di Leith sono tornati. Ancora una volta sullo schermo Renton, Sick Boy, Spud e, soprattutto, l'indemoniato Begbie, radunati da Danny Boyle, vent'anni dopo. Per "T2 - Trainspotting" squadra speciale a rapporto, al "City": Ele, Sa', Priech ed io. Tutti carichi e a, fine visione, soddisfatti. La banda di Boyle è in formissima, sempre la stessa sana energia auto-distruttiva, e il regista, come loro, ha solo cambiato pelle, provando che tempo e rughe possono portare maturità e qualche novità.