Tempeste raccolte

Ieri pomeriggio (era il 26.12)...boh. Si era in casa, gelo pioggia. Vado al cinema a vedere l'unico film "presentabile" nelle sale italiane, un libanese. Un invito a Marigrade e, nella Sala 2 dell'"Ariston" si è, appunto, in 2. Non in totale poiché, in verità, di gente ce n'è. "L'insulto", scritto e diretto da Ziad Doueiri (Beirut, 1963), è un film a sfondo sociale ambientato in una delle aree più segnate dall'odio etnico e religioso (in realtà autentico odio economico, foraggiato da interessi di stato, prima, e multinazionali, poi). Da un fatterello, un tubo!, ad un sadico processo di "interesse nazionale", ecco a quale progresso sono giunte le nostre gloriose civiltà.

Pellicola poggiante sull'accattivante sceneggiatura, nonostante la lunga parte processuale (comunque ben studiata), e sulle ottime interpretazioni dei protagonisti, ha dalla sua alcuni spunti di riflessione che val la pena ribadire: il fatto che dietro ad ogni parola, seppur apparentemente gridata "per caso" o "in furia" (etichettatura, categorizzazione, luogo comune, slogan), si annidi sempre un pensiero  ben più complesso, spesso nato nel remoto passato, poi sedimentato lungo il percorso degli anni, infine aggiornato a risentimenti e ipocrisie più diffusi. O che dietro a ciascun rancore che pare ormai gratuito o legato ad eventi atavici, si annidi tutt'altro che un fatterello (stragi, genocidi, devastazioni, stupri di massa, torture), e manco tanto remoto.
E' un film che già di per sé, spinge ad un pensiero mooooolto più critico di quello cui ci hanno allenati e rabboniti (rincog...); e tanto basterebbe. Aggiungiamo che il regista si è aggirato sullo schermo con savoir-faire hollywoodiano ed ecco che il film di buona fattura pronto a tutti è fatto (difatti la sala era piena). Doueiri muove la m.d.p. spigliato e scattante, tra inquadrature ricercate e primi piani efficaci. Ci si può distrarre a pensare.
Ah, ho scritto che che il film è "pronto a tutti", non viceversa; perché vorrebbe dire che la popolazione mondiale, dalle sale cinematografiche alle zone di guerra, sarebbe pronta per non credere, bensì raggiungere da sé. Invece, tra poltrone (tutte) e semafori, le solite considerazioni sul fantasma della civiltà e sull'incapacità di governarsi. Come se noi ne fossimo privi.
(depa)

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